Ue teme la caduta dei conti italiani, ma Padoan "sta sereno". Perché?

08 marzo 2016 ore 16:15, Luca Lippi
Nel web corrono numeri e strali che in qualche modo darebbero la sensazione di un contrasto insanabile fra Ue e governo italiano sulla questione di una visione macro favorevole o, nella migliore delle ipotesi non sfavorevole per l’economia del nostro Paese.
I numeri che corrono, sono numeri noti anche al Mef, e lo sono da almeno un anno; andando oltre le statistiche e le rilevazioni degli istituti di stato che comunque offrono una fotografia mensile o trimestrale che non ha assolutamente nulla a che fare con le variazioni cicliche (l’economia è comunque una scienza “riflessiva” magari fosse sufficiente uno schiocco di dita per cambiare la direzione di una china) la situazione è complicata, per l’Italia addirittura complessa, ma questo si configura in un contesto globale di crisi dei debiti sovrani di tutte le maggiori economie del mondo. 
È il famoso cancro della finanziarizzazione che ha guastato ogni logica economica, dove per correre dietro gli interessi sull’indebitamento si sta distruggendo la crescita dei Paesi. Questo è quello che gira sul web:

Ue teme la caduta dei conti italiani, ma Padoan 'sta sereno'. Perché?

L’ultimo dato ufficiale, reso noto a febbraio da Banca d’Italia, riportava un debito pubblico a dicembre 2015 pari a 2.170 miliardi. I modelli previsionali della Mazziero Research stimano invece un aumento del debito pubblico per il mese di gennaio 2016 a 2.188 miliardi, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 2.185 e 2.190 miliardi, in aumento di 18 miliardi (il dato verrà pubblicato il 15 marzo 2016). Le stime per il mese di febbraio 2016 indicano un debito a 2.212 miliardi, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 2.208 e 2.215 miliardi, in aumento di 24 miliardi (il dato verrà pubblicato il 15 aprile 2016). Sempre secondo l’analisi pubblicata nell’Osservatorio trimestrale dei dati economici italiani da Maurizio Mazziero, è previsto che il dato continuerà a salire sino a maggio quando segnerà un nuovo massimo storico tra 2.259 e 2.269 miliardi, a cui seguirà un calo nel mese di giugno verso un valore compreso tra 2.247 e 2.260 miliardi.
Questo per spiegare che il rapporto debito/Pil è strettamente legato al rapporto di una delle due variabili, in questo modo preveggendo il futuro dell’economia. 

È vero in parte, sicuramente sono dati determinanti, ma quello che conta sono le migliaia di variabili che vanno ad incidere su questo indicatore.
Diciamo pure che la preoccupazione maggiore è la deflazione, che non è altro che la diminuzione della domanda di beni e servizi, cioè un freno alla spesa dei consumatori e delle aziende, che sono quindi incentivati a ritardare acquisti di beni e servizi non indispensabili, in attesa di ulteriori cali dei prezzi. 
Le imprese in questa situazione non vendono e cercano di disfarsi del magazzino abbassando i prezzi. Ovviamente questo riduce drasticamente i ricavi e di conseguenza le imprese giocano al ribasso sull’acquisto di materia prima deteriorando nel tempo il costo del lavoro. 
Possiamo chiamarla recessione o crisi strutturale ma è comunque questo l’indicatore che non fa vedere la luce in fondo al tunnel!
Il ricorso al credito si esaurisce perché non ha senso (oltre il fatto che le maglie del credito sono strettissime) quindi si manifesta la tesaurizzazione (aumentano le giacenze improduttive di denaro) la produzione nel frattempo diminuisce svuotando i redditi (perdita di posti di lavoro o abbassamento alla sopravvivenza dei salari) e quindi si sclerotizzano ulteriormente i consumi. Questo chiude il cerchio con l’attività delle tesorerie delle banche di speculare con le giacenze per poter guadagnare qualcosa, e le speculazioni sono il contrario degli investimenti.
Questa è economia. I numeri che girano sul web sono solo numeri. Il risultato non cambia, significa che sia Bruxelles sia Padoan mentono.
È necessaria una crescita di almeno l’1%, una chimera in Italia, il rallentamento che si evidenzia in tutto il mondo, è ancora più marcato in Paesi come l’Italia, ormai stanno scendendo anche le esportazioni che in parte sostenevano il crollo dei consumi interni tenendo a freno il Pil.
Gli investimenti, su cui il governo ha detto a più riprese di volere insistere per ridare slancio alla crescita, per il momento non danno segni “importanti” di ripartenza, e per la parte riguardante i bonus l'Ue li legge come soldi buttati. E mentre l’inflazione, nonostante la cura da cavallo della Banca centrale europea, ancora continua ad attestarsi poco sopra quota zero, i numeri sul mercato del lavoro, nonostante il doping massiccio fornito dagli sgravi contributivi, mostrano semplicemente una sostanziale stabilizzazione del numero di occupati esistenti, ma non l'impennata attesa del numero di nuovi posti.
Statistiche a parte, la questione per il governo è cruciale. Sulle stime di crescita si reggono i conti della legge di stabilità, e una ripresa sensibilmente inferiore alle attese potrebbe costringere il governo a qualche correzione in corsa. È questo che dice Bruxelles all’Italia, e questo quello che non vuole ammettere Padoan. Se questo non avvenisse significa che andranno a prendere i soldi dove stanno!

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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