Piazza anti Pechino chiede l’Exit

08 novembre 2016 ore 17:14, Luca Lippi
È la prima vera intromissione ufficiale della madrepatria negli affari dell'ex colonia inglese dove stava per consumarsi una “brexit” asiatica, e dopo che il governo centrale Cinese dopo diversi anni, pur evitando ogni ingerenza su Hong Kong, stavolta è stato costretto ad intervenire.
Il fatto
In sostanza, Hong Kong ‘è di pechino’, e il governo centrale non accetta le provocazioni (a parere di Pechino) del movimento democratico ispirato dai ragazzi di Occupy Central che hanno inscenato una protesta di piazza.
Ci sono stati scontri, il gas urticante sparato ieri sui manifestanti ha fatto riaprire ‘gli ombrelli’ che avevano simboleggiato il movimento pro-democrazia del 2014, dopo che il governo di Pechino aveva annunciato che interverrà nella disputa apertasi nella ex-colonia britannica intorno al provocatorio giuramento di due neo-deputati indipendentisti, scavalcando le corti locali. Per contestare la controversa decisione di Pechino diverse migliaia di manifestanti, armati di ombrelli gialli, hanno sfilato fino all’ufficio di massima rappresentanza del governo centrale .
Il governo centrale però ha deciso: i giovani indipendentisti democraticamente eletti non possono entrare nel parlamentino locale. 
Il potentissimo comitato permanente ha decretato alle 9.16 del mattino di Pechino (e di Hong Kong) che non c'è alcuno spazio per la democrazia in nessun angolo nell'impero: neppure nella metropoli semi-autonoma che da sempre rappresenta il vero ponte tra Oriente e Occidente. Quel ragazzo dal nome che a noi ricorda qualcuno, Sixtus Baggio Leung Chung-hang, chiamato così in onore del Roberto di Italia '90, e la sua collega terribile Yau Wai-ching, non potranno sedere tra gli altri deputati eletti democraticamente a settembre nel Consiglio legislativo, controllato per la verità da una maggioranza, anche se sempre più stretta, fedele al Dragone.
La manifestazione indetta da Youngspiration, il partito dei due ribelli, ha portato per le strade di Hong Kong più di 13 mila persone anche perché l'annunciata decisione di Pechino era davvero una ‘prima volta’ (come dice Repubblica) che rischia di riscrivere la storia, e non solo di qui. 
La vicenda riguarda il giuramento-sfida (Giovani in tshirt al podio per il giuramento, davanti al segretario Kenneth Chen Wei-on in giacca e cravatta) che i due nuovi deputati avevano messo in scena all'apertura del parlamento giusto un mese fa: rifiutandosi di giurare come prevede la legge fedeltà "alla regione speciale amministrativa di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese". Sixtus Baggio e altri giovani deputati avevano usato vari giri di parole pur di non manifestare fedeltà a Pechino: usando anche volgarità e parolacce. "Giuro fedeltà alla nazione di Hong Kong", "Giuro fedeltà a Hong Kong, regione speciale della re-fottutissima Cina popolare", "Non giurerò mai su un regime che uccide il suo popolo".  Una vera "dichiarazione di guerra", come giustamente aveva riassunto il titolo del South China Morning Post, il giornale che pure è di proprietà di Jack Ma, il fondatore di Alibaba e amico personale del presidente cinese Xi Jinping. 

Piazza anti Pechino chiede l’Exit

Da allora, per Hong Kong, un mese di stop and go politici e amministrativi, la polemica sull'opportunità di offrire ai ribelli la possibilità di giurare ancora, fino alla decisione di rimandare tutto a un'interpretazione giudiziaria. 
Da qui la reazione del Dragone che fino ad allora era stato in apparenza ‘clemente’.
Nel momento in cui Pechino ha capito che era in gioco l'autonomia non solo di Hong Kong ma di tutte le altre regioni che nell'Impero pretendono di alzare la testa. 
L'intervento del Comitato è ‘necessario’ per salvaguardare la sovranità e l'unità nazionale e soprattutto è una dimostrazione di ‘correttezza’ nei confronti del Tibet e dello Xinjiang, cioè delle due regioni in cui Pechino proibisce le manifestazioni di indipendenza. 
In una parola ‘ragione di Stato’. 
A giudicare dalla manifestazione di due giorni fa, e soprattutto dalla battaglia di piazza, l'intervento ‘necessario’ fa pensare che l'autonomia di Hong Kong e dell'unità nazionale cinese sembra ancora tutta da scrivere. 
Seguiamo i ragazzi con gli ombrelli per vedere fin dove può arrivare la forza di Hong Kong su Pechino.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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