"Sponsorship" per l'immigrazione: la proposta di Sant'Egidio

08 settembre 2015, Americo Mascarucci
'Sponsorship' per l'immigrazione: la proposta di Sant'Egidio
Prelevare direttamente i profughi dai paesi in guerra, portarli in Europa, accoglierli in strutture adeguate mettendo così fine ai “viaggi della morte”. E’ la proposta innovativa ma anche dirompente che arriva dall’incontro internazionale di Tirana, la capitale dell’Albania, dove la Comunità di Sant’Egidio, da sempre impegnata nel dialogo fra fedi diverse e per la pace nel mondo, ha indetto un incontro interreligioso in collaborazione con le chiese cattolica e ortodossa albanesi. La scelta dello Stato e del luogo in cui si è svolto l’evento non sono casuali. L’Albania è infatti una terra attraversata da una forte multiculturalità religiosa, dove convivono da anni cattolici, ortodossi, musulmani.

Il sontuoso palazzo dei congressi di Tirana dove si sono incontrati, cristiani, musulmani, ebrei, indù e rappresentanti di altre religioni fu edificato da quello stesso regime comunista che per cinquant’anni ha imposto all’Albania l’ateismo di stato, vietando la libertà di culto per tutti. Oggi proprio il luogo simbolo dell’ateismo e del rifiuto di ogni forma di espressione religiosa diventa invece luogo di incontro e di dialogo fra fedi e culture diverse con l’obiettivo di far emergere ciò che unisce rispetto a ciò che è motivo di divisione.

Il titolo dell’incontro è emblematico, “Non rassegniamoci”, rilanciato prendendo in prestito le parole di Papa Francesco contenute nel messaggio di saluto letto dal vescovo ausiliare di Roma, monsignor Marco Gnavi: «Non dobbiamo mai rassegnarci alla guerra! E non possiamo restare indifferenti di fronte a chi soffre per la guerra e la violenza – ha scritto il Papa - ma è violenza anche alzare muri e barriere per bloccare chi cerca un luogo di pace. È violenza respingere indietro chi fugge da condizioni disumane nella speranza di un futuro migliore». Parole che non mancheranno di scatenare nuove polemiche specie nei confronti di quegli Stati, vedi l’Ungheria o la Macedonia che in queste ultime settimane hanno usato il “pugno duro” nei confronti dei profughi.

Al messaggio di Francesco si è unito quello dell’Arcivescovo Anastasios, primate della Chiesa Ortodossa autocefala di Albania, che ha sottolineato come nel suo paese libertà religiosa e pacifica convivenza procedano di pari passo nella costruzione di una società solidale: “Affinché la pace risulti possibile, diviene necessario il requisito della pace tra le religioni”. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un saluto: «Nessuno, in tempi di globalizzazione, può chiamarsi fuori o sentirsi al sicuro. La risposta delle nazioni democratiche non può essere la chiusura e l’arroccamento» ha affermato il Capo dello Stato. Ma il senso vero dell’iniziativa, quel forte rifiuto alla rassegnazione lo esprime il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi: «Oggi qualcosa ci preoccupa, e molto: la diffusa rassegnazione a subire la storia di violenza, terrorismo, guerra. Come fenomeni inarrestabili. Come la pace fosse un’utopia perduta nel secolo passato. Senza un sogno di pace – prosegue Riccardi - non si costruisce la pace».

Un appello che il fondatore lancia in primo luogo ai fedeli delle varie religioni: «Le stesse religioni rischiano di rassegnarsi alla guerra e alla violenza, come realtà inevitabile. Questo avviene quando si chiudono nel loro recinto, s’isolano con i loro fedeli senza guardare l’altro». La parola magica è “sponsorship” è questa secondo Riccardi la ricetta migliore per far fronte al dramma dei profughi che fuggono dalla guerre e dal terrorismo : “Si tratta – spiega ancora Riccardi - di permettere a cittadini europei, ad associazioni, parrocchie e organizzazioni varie della società civile di farsi garanti dell’accoglienza: ospitare subito coloro che sono arrivati ma anche chiamare singoli e famiglie direttamente dalle zone a rischio evitando così i viaggi della morte nel Mediterraneo e lo sfruttamento da parte dei trafficanti”. Una soluzione che permetterebbe di combattere il traffico di essere umani alla radice e mettere fine al dramma delle morti in mare.

Dunque nessuna rassegnazione di fronte al terrorismo, alla violenza, alle guerre, bisogna combattere la cultura della paura e lottare perché “un altro mondo è possibile”. E intanto però il problema dell’immigrazione lungi dall’essere affrontato unitariamente, continua a dividere l’Europa e la politica dei singoli stati contrastati dall’esigenza della solidarietà e il bisogno di garantire sicurezza ai propri cittadini.

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