Paese che vai, marchio che trovi: la storia dei tatoo fino a Budapest

08 settembre 2015, intelligo
Paese che vai, marchio che trovi: la storia dei tatoo fino a Budapest
di Anna Paratore

Paese che vai, marchi che trovi...

Giorni fa è nata una pesante polemica sulla polizia di Budapest che per controllare i migranti scriveva con un pennarello un numero sul loro polso. In tantissimi si sono scandalizzati, forse dimenticando che un segno di pennarello si rimuove con un po’ di sapone, mentre in Paesi considerati civilissimi, esistono ben altri tipi di marchi…
Cinque anni fa comparvero per la prima volta, ma gli agenti della polizia di Los Angeles lì per lì non vi fecero troppo caso.  Si trattava di nomignoli e di simboli che le prostitute, soprattutto quelle più giovani, avevano cominciato a farsi tatuare proprio sopra al seno, affinché fossero ben visibili dalle scollature abbondanti.

Un vezzo, una nuova, stramba moda per le vie di una metropoli che con le stranezze ci fa i conti tutti i giorni, si pensò all’inizio. Poi, però, col trascorrere del tempo, la moda non tramontò come succede di solito. Il vezzo del nome tatuato sopra al seno è continuato, e il fenomeno ha preso ad allargarsi a macchia d’olio, tanto che qualcuno ha cominciato a porsi delle domande. Quei tatuaggi, hanno un qualche significato oltre a sembrare il solito tributo sentimentale di una donna verso qualcuno che ama?

La risposta ormai è nota ed è sconvolgente. Quei tatoo sono sì dei tributi, ma non al fidanzato o al marito, bensì al protettore che tiene quelle ragazze a lavorare in strada, e più che una “carineria” sono il marchio della scuderia di appartenenza. Un po’ come un’auto che ha sulla carrozzeria il nome Mercedes piuttosto che Ferrari o Ford o Fiat.
Dice una delle giovani prostitute della Città degli Angeli intervistata: “Strano che ci sia voluto tanto a capire di cosa si trattasse, anche perché non ne abbiamo solo uno di questi tatoo, ma vari e in tutto il corpo. Ci sono addirittura dei protettori che fanno tatuare alle loro ragazze un codice a barre, come fossero oggetti da supermercato”. 

“E rifiutarsi?”, chiede il giornalista?

“Nella migliore delle ipotesi, te le suonano. Se ti va male e quel giorno il tuo protettore è di cattivo umore, è capace che ti ritrovi le sue iniziali svolazzanti su una guancia. Se non avviene troppo spesso è solo perché se ci imbruttiscono è un po’ come se diminuiscono il valore del loro capitale.” In pratica, non sembra cambiato molto da quando i proprietari della grandi piantagioni del sud marchiavano a fuoco i loro schiavi, come si fa per i cavalli. “Ma non vi sentite trattate come bestiame?”, incalza il giornalista.

“Non è un grande problema, soprattutto ora che ci sono tanti bravi artisti e di solito i tatuaggi hanno una loro estetica. E poi possono aiutare perché se giri in città senza protettore rischi grosso. Se sanno di chi sei, ti lasciano in pace e lavori tranquilla”.

“E’ vero”, afferma l’avvocato per i minori Lois Lee, “quasi mai le giovanissime prostitute vedono questi tatuaggi per quello che sono: indegni marchi di schiavitù”. E continua: “Addirittura, per non poche di loro sono spesso quasi il surrogato di una famiglia che magari non hanno mai avuto.  

Con quei tatoo addosso hanno l’impressione di far parte di qualcosa. Se poi il protettore che ti gestisce è in una grossa organizzazione, o uno particolarmente rispettato nell’ambiente, per loro il marchio sulla pelle è quasi un segno da ostentare e di cui vantarsi. Come dire, appartengo a una scuderia famosa, vincente.” Lois Lee sa bene di quello di cui parla, visto che da 30 anni si occupa di un’organizzazione – Children of the night – che cerca di contattare ragazze sbandate per provare poi a recuperarle a una vita diversa e migliore. “E’ drammatico, ma molto spesso è la prima cosa che chiedono al loro protettore. Desiderano il marchio, e non di rado chi le gestisce pretende che dimostrino di essere un guadagno prima di permettere loro di averlo, come fosse un premio”.

E cosa accade se le ragazze cambiano protettore, si chiede il giornalista che ha intervistato la giovanissima prostituta, appena 17enne, sulla strada da quando aveva 13 anni.  “Poco male, si aggiunge un nuovo marchio, magari ancora più grande e in vista di quello vecchio.” E si è fortunate, si può lavorare ancora a lungo…

autore / intelligo
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