Un nuovo mestiere: il terrorismologo

09 agosto 2016 ore 9:00, intelligo

Alessandro Corneli 

Un tempo c’erano i cremlinologi, o sovietologi, cioè gli esperti di ciò che accadeva nell’Unione Sovietica e nel mondo comunista. Se, leggendo la Pravda, si notava che un dirigente di solito citato al sesto posto, scendeva all’ottavo o scompariva, o se viceversa saliva al quinto o quarto in ordine di citazione, subito si scatenavano gli esperti per diagnosticare, nel primo caso, la caduta in disgrazia di quel dirigente e forse un abbandono della linea politica da lui interpretata o, nel secondo caso, la sua ascesa vincente e l’affermazione della sua linea in seno al Politburo. La folta schiera dei cremlinologi si è ora ridotta a qualche putinologo. Oggi il campo delle questioni internazionali è dominato dagli esperti di terrorismo che mescolano metodi collaudati in epoca di guerra fredda con nozioni di islamismo,

Un nuovo mestiere: il terrorismologo
attenzione per le nuove tecnologie e vecchi schemi sociologici elaborati per la società industriale con l’aggiunta occasionale di una infarinatura psicopatologica idonea a spiegare il comportamento dei cosiddetti “lupi solitari”.

Per fortuna la teoria dei “lupi solitari” – di origine americana dove lì un John Dole qualsiasi, mentalmente disturbato, può imbracciare un fucile e fare una strage – è stata abbandonata: è il Califfato a tenere le fila degli attentati e a fornire la logistica necessaria. Che poi ricorra anche a qualche elemento con problemi psichici è normale. La cosa importante è avere evitato che l’Occidente fosse considerato la causa principale dell’alienazione di questi eroi/martiri. A qualsiasi nazionalità o categoria sociale appartengano, gli attentatori sono, e si sentono, parte di un “esercito”. Se rimane difficile la prevenzione di singoli attentati, almeno è diventato chiaro che la struttura centrale dell’Isis deve essere colpita e distrutta. All’epoca della guerra fredda tutto era più semplice chiaro: si sapeva chi era e dove stava il nemico.

Alla confusione dei terrorismologi ha messo fine, per primo, papa Francesco a Cracovia: “Non è una guerra di religione; è una guerra di soldi”. Questa affermazione ha però complicato il lavoro dei terrorismologi ai quali lo schema della “guerra di religione” andava bene per coprire le loro difficoltà interpretative e apriva la strada verso il più vasto orizzonte di una tesi che si potrebbe riassumere così: “niente religioni, niente guerre”. Ovviamente è una tesi falsa poiché tutte le guerre di religione sono state guerre di soldi ma è una tesi affascinante per i neoilluministi a vocazione tecnocratica. Francesco ha messo il re a nudo: ha sfidato gli Stati, ovvero i poteri politico-economico-militari, ad abbandonare la scusa ideologica della guerra di religione per affrontare le vere cause del terrorismo che è, come ha fatto capire da precedenti interventi, una “guerra a tappe”, combattuta per estendere le zone di influenza dei poteri principalmente finanziari che non vogliono rischiare un conflitto generalizzato e devastante ma che non vogliono rinunziare ai loro obiettivi egemonici.

La pressione sul Papa, e quindi sulla Chiesa cattolica, perché dichiari guerra all’Islam, è enorme, come mostra lo sgozzamento di un anziano sacerdote vicino a Rouen, in Francia, per lungo tempo definita la “primogenita” della Chiesa. Ma Francesco non molla perché sa bene che una autentica guerra di religione sarebbe la fine di tutte le religioni: è questo il senso del messaggio che continua ad inviare ai religiosi islamici se e in quanto veri credenti in Dio. Di fronte a un milione di giovani, a Cracovia, ha ripetuto: “Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare”. A litigare, come sempre, sono i poteri politici ed economici: a loro spetta di smettere questo gioco sempre più pericoloso, costoso e inumano.


autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]