Prostituzione, ora ci pensa lo Stato

09 aprile 2015, Americo Mascarucci
Dunque la prostituzione, se svolta in autonomia e in piena libertà, può essere legalizzata e sottoposta persino ad un regolare regime fiscale e previdenziale. 

Prostituzione, ora ci pensa lo Stato
Questo è lo spirito posto alla base di alcune proposte di legge in discussione a Montecitorio che prevedono il superamento della Legge Merlin e la legalizzazione del mestiere più antico del mondo. 

Le “lucciole” sarebbero obbligate a sottoporsi periodicamente ai test sanitari, a fornire i profilattici ai propri clienti, a non esercitare in pubblico se non in zone appositamente adibite a tale pratica ed individuate dai Comuni seguendo standard ben precisi, tipo la lontananza dai centri abitati o da luoghi sensibili, scuole, oratori, campi sportivi ecc. Secondo le proposte di legge che dovranno andare in discussione nelle aule parlamentari, il 70% della tassazione proveniente dalla prostituzione dovrebbe andare ai Comuni mentre il restante 30% dovrebbe essere investito nella repressione dello sfruttamento e nel sostentamento di adeguate strutture socio sanitarie deputate al recupero delle “schiave” costrette a prostituirsi. 

Proposte che ancora una volta con l’obiettivo di contrastare il traffico di prostitute, il mercato clandestino del sesso e la diffusione di malattie veneree legate al mancato utilizzo dei contraccettivi nel consumo della prestazione, riportano lo Stato nel ruolo dello “sfruttatore”, di colui che, seppur tutelando la sicurezza e la salute dei cittadini e di chi esercita il mestiere, viene di fatto a lucrare sul corpo dell’individuo, sia essa una prostituta o un trans. 

Alla base delle proposte in discussione risuona ancora una volta quella già evocata distinzione fra “peccato” e “reato” che ormai sembra essere diventata l’ultima conquista del relativismo. La senatrice Lina Merlin non era una cattolica bacchettona, proveniva dalle fila del Partito Socialista, quindi una laica a tutto tondo, la quale tuttavia volle farsi promotrice di una battaglia di civiltà fondata su un principio indiscutibile; la prostituzione non poteva essere considerata attività lecita e lo Stato non vi poteva lucrare sopra permettendo l’esistenza della case di tolleranza e la tassazione delle prestazioni eseguite. Una battaglia che trovò favorevole la stragrande maggioranza del Parlamento, convinta che la legge non potesse in alcun modo riconoscere legittimità all’esercizio di una professione che era in aperto contrasto con l’etica pubblica e la morale. In pratica fu riconosciuta l’oggettiva impossibilità di legalizzare il peccato. 

Oggi a distanza di mezzo secolo sono in discussione proposte di legge che sembrano andare in direzione diametralmente opposta allo spirito della legge Merlin, sancendo di fatto la distinzione fra il peccato e il reato, e dunque la separazione fra l’etica e il diritto. Chi va con una prostituta commette un peccato, un’azione riprovevole sul piano morale (e non bisogna necessariamente essere bigotti per considerarla tale), ma già oggi questa pratica non è considerata reato da uno Stato che si limita a punire il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, non il consumo. Quindi se una prostituta sceglie liberamente di esercitare la professione, lo Stato deve consentirle di lavorare liberamente salvo incassare ovviamente le tasse provenienti dall’esercizio dell’attività. Il diritto dell’individuo prima di ogni legge di natura etica, la singola volontà prima dell’opportunità morale a patto che lo Stato ci guadagni sopra. Poco importa se poi creare dei quartieri a luci rosse equivalga comunque ad una forma di favoreggiamento della prostituzione; legale quanto volete ma sempre censurabile sul piano etico. E’ proprio questa la via maestra per contrastare le attività di sfruttamento? Non sarebbe invece più opportuno, come qualcuno ha suggerito, di iniziare a scoraggiare i clienti con adeguate sanzioni? Eh no, non si può negare all’individuo il diritto di andare con una prostituta, non si possono ledere i diritti dei cittadini che vogliono usufruire di una prestazione sessuale. Uno stato laico non può privare le persone del “piacere sessuale”, in fondo i clienti sono soltanto l’ultima catena dell’ingranaggio, sono gli “utilizzatori finali”, quelli però che pagando tengono in piedi la baracca e fanno la gioia degli sfruttatori. Ecco a cosa ha portato la presunzione di separare l’etica dal diritto, il peccato dal reato.

 Non tutti i peccati certo possono essere trattati come reati, ma non sarà il caso di recuperare il valore laico che ispirò la legge Merlin riconoscendo un limite a ciò che è lecito anche in relazione a determinate regole di ordine morale? 
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