Crisi, Italia-PIIGS: indovinate tra noi, Grecia e Portogallo chi sta peggio?

09 dicembre 2014, intelligo

di Gianfranco Librandi

Per lungo tempo uno dei tanti leitmotiv mediatici legati alla crisi è stato quello per cui l’Italia in fondo se l’era cavata meglio degli altri Paesi, all’inizio perchè si trattava di una crisi importata dall’estero, da realtà come Irlanda o Spagna in cui vi erano state, a differenza che da noi, delle bolle edilizie e finanziarie, o erano stati forniti dati falsi sui conti pubblici come in Grecia, poi perché non aveva dovuto ricorrere al Fondo Salva Stati, neanche per le proprie banche, come la Spagna, o perché in ogni caso rimane la seconda potenza industriale manifatturiera d’Europa e non ha raggiunto le vette del tasso di disoccupazione di Spagna e Grecia, entrambe sopra il 25%.

Inoltre abbiamo un tasso di risparmio privato tra i più alti al mondo e specularmente un livello de debito privato molto basso.

Questi argomenti sono stati utilizzati sia da politici di destra che di sinistra nelle proprie argomentazioni, sia rivolte all’interno, agli elettori italiani, sia, soprattutto di recente, all’esterno alla Commissione europea, per richiedere una maggiore flessibilità nell’esame dei conti, nonchè politiche espansive più aggressive anche da parte della BCE.

Il punto è che se anche c’era un fondo di verità gli anni scorsi in alcune di queste argomentazioni, ora di fronte a noi abbiamo, dopo anni di crisi e di tentativi di superarla, alcuni risultati che indicano un gap tra il nostro Paese e gli altri in difficoltà, i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna). Se l’Irlanda ormai è in pieno boom, vediamo le performances del PIL tendenziale negli ultimi trimestri per gli altri stati nominati.

 

Il PIL portoghese:

 

PIL portogallo.png

IL PIL greco:

 

PIL Grecia.png

Il PIL spagnolo:

 

PIL Spagna.png

E infine il PIL italiano:

 

PIL Italia.png

Come si vede il nostro Paese è l’unico in cui non si può vantare neanche un trimestre di ripresa, come persino la Grecia può fare. Le previsioni per la chiusura del 2014 e il 2015 rilevano tutte la stessa differenza tra l’Italia e i tre altri Paesi.

In particolare la Spagna ha ulteriormente migliorato l’indice manifatturiero per le piccole e medie aziende passando da 52,6 a 54,7, indice di espansione, mentre l’Italia rimane sotto i 50, a 49, segno di contrazione di ordini e fatturato.

Cosa significa questo da un punto di vista politico? Che con l’approfondirsi di questa tendenza per il presidente del consiglio Renzi e per tutto il sistema Paese, non sarà più sostenibile appellarsi a un’alleanza con gli altri Paesi “massacrati dall’austerità”, poichè ora proprio questi sono gli Stati che cresceranno maggiormente e in cui, salvo colpi di scena, le tensioni interne, vedi Podemos, secessione catalana, Syriza, Alba Dorata, saranno pian piano sopite dalla crescita o perlomeno questa crescita sarà un’arma potente per provare a disinnescarle.

Anche agli occhi dell’analista meno esperto appare come lentamente si torni a quei trend strutturali precedenti la crisi economica, a prima del 2008, ovvero in cui i Paesi periferici, come la Spagna e dell’Est segnano un tasso di crescita più alto del core, di Francia e Germania, tutti tranne l’Italia che riacquista quel ruolo di malato d’Europa che già aveva.

E’ facile far notare al nostro Paese che oltre a un livello di tassazione inferiore, la Spagna ha realizzato riforme del lavoro e tagli al settore pubblico più incisivi e soprattutto più presto, e che ora l’effetto sta in quel gap del 2% tra la recessione italiana (-0,4%) e la crescita spagnola (+1,6%).

Se internamente può funzionare la strategia di addossare le colpe all’Europa o minimizzare la situazione spostando a promesse future gli aggiustamenti (in fondo nel 2009 in piena crisi Berlusconi era ai picchi di popolarità), sia gli investitori che i responsabili pubblici stranieri guardano solo a fatti concreti, dobbiamo, anche se non tanto per colpa del governo attuale, realizzare ancora molte e decisive riforme che producano risultati analoghi a quelli spagnoli perchè nella mente di chi decide gli investimenti sostituiscano il ricordo degli anni di mancata credibilità del nostro Paese.

 
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