Islam e terrorismo, Obama: le belle parole non bastano

09 dicembre 2015 ore 15:31, intelligo
Islam e terrorismo, Obama: le belle parole non bastano
di Alessandro Corneli

  L’atteso discorso di Barack Obama dallo Studio Ovale della Casa Bianca è durato poco meno di 15 minuti. Belle frasi accuratamente scelte, ma poca sostanza. Un discorso di chi sta preparando la valigia e non vorrebbe contrattempi e cura poco la logica. Come si fa a dire, ad esempio, che la strage di San Bernardino (California), dove sono morte 14 persone, è “un atto di terrorismo progettato per uccidere persone innocenti”? Forse che le vittime avrebbero dovuto essere non-innocenti? Per assurdo: una strage in un carcere dove sono detenuti dei colpevoli sarebbe meno grave? E poi: perché non definire “terroristi” gli autori della strage ma “soggetti radicalizzati” che si sono ispirati ad altri attacchi terroristici condotti in altre parti del mondo negli ultimi anni. Che cos’è questa “radicalizzazione” che stravolgerebbe la mente di alcune persone? Una nuova forma di “incapacità di intendere e di volere” momentanea? Si capisce l’imbarazzo di un Presidente che, tre settimane fa, a Parigi, aveva detto che gli Stati Uniti sono diversi, che là i sistemi di controllo funzionano. Vale a dire: non come in Europa. L’Isis aveva promesso “una beffa”. E beffa è stata. Di fronte a una minaccia globale, Obama ha fatto un anacronistico discorso americanocentrico, affermando che gli Stati Uniti hanno capacità e risorse per vincere contro il terrorismo, ma per farlo è necessario che la popolazione resti unita e che non si creino divisioni, soprattutto se basate sulla religione: “Non possiamo metterci uno contro l’altro rendendo questa lotta una guerra tra l’America e l’Islam”. Conseguenza ovvia ma inefficace: è necessario che “le comunità di musulmani siano tra i nostri più forti alleati”, evitando a ogni costo che siano marginalizzate a causa di sospetti e odio infondati.

Secondo Obama, l’Isis ha l’obiettivo di mettere le comunità musulmane contro il resto della popolazione, e viceversa mentre “sono musulmani anche le nostre donne e i nostri uomini in uniforme disposti a morire per la difesa del nostro paese”. Eppure lo stesso Presidente ha aggiunto che “da attacchi su larga scala e di grandi effetto, come quelli dell’11 settembre 2001, si è passati ad attacchi meno complicati da organizzare e che sono gestiti da singoli individui, fortemente radicalizzati”. Che cosa li spinga alla radicalizzazione non è stato spiegato. Ciò ha consentito a Obama di scivolare sui rimedi: occorrono regole più severe per ottenere le armi negli Stati Uniti poiché le armi utilizzate dai due assalitori di San Bernardino erano state acquistate e registrate regolarmente.

Syed Rizwan Farook, 28 anni con la famiglia originaria del Pakistan, e Tashfeen Malik, 27 anni, pakistana vissuta per alcuni anni in Arabia Saudita, era entrata negli Stati Uniti nel 2014 e aveva ottenuto una green card, per risiedere nel paese senza limiti di tempo, grazie al suo matrimonio con Farook. È vero che alcuni dettagli sono ancora da chiarire, ma è chiaro, ha aggiunto il Presidente, che entrambi si fossero radicalizzati negli ultimi anni, “non necessariamente sotto la guida di qualcuno o l’influenza diretta da parte di organizzazioni terroristiche internazionali”. Virtuosismi tecnico-verbali che sono serviti solo a confermare l’impegno americano – d’intesa, a quanto pare, con la Russia – per ridurre le risorse e le capacità organizzative dell’Isis (aiuti finanziari in primo luogo), proseguendo i bombardamenti tra Siria e Iraq nei territori occupati dai suoi miliziani.

Sebbene per la prima volta Obama abbia parlato di “attacco terroristico”, il primo avvenuto negli Stati Uniti da quando è presidente, rimanere attaccato alla “radicalizzazione” interna, in mancanza di analisi definitive, conferma la sua scarsa disponibilità ad affrontare il problema con decisione. Eppure su questo fronte non mancano i segnali. Dalla Germania è partito un chiaro invito all’Arabia Saudita a non finanziare più elementi islamisti radicali. Quanto alla Francia, essa non pone la precondizione dell’uscite di scena di Assad dalla Siria, come vorrebbe Washington. Ora, se la posizione diplomatica dell’America si indebolisce e quella militare non aumenta, non si vede quanto potrà essere efficace la coalizione anti-Isis a guida statunitense.
Di certo, il discorso di Obama non l’ha rafforzata.
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