Draghi ai governi dell’area euro: “Rinviare le riforme ha un costo troppo alto”

09 giugno 2016 ore 23:14, Luca Lippi
A valere dal primo gennaio 2002, data in cui è ufficialmente entrata in vigore la moneta unica liberamente circolante (il debutto sui mercati finanziaria è stato nel 1999), secondo Mario Draghi siamo ancora a una difficile transizione verso un’unione monetaria salda. Questo è vero, ma è anche vero che ormai siamo alla fase dei Brexit e dei Grexit, quindi questa unione pare stia “dissaldandosi”.
In ogni caso, il presidente della Bce da Bruxelles fa sapere che c’è ancora molto lavoro da fare, esattamente dice: “Nella zona euro, sono state attuate molte riforme strutturali negli ultimi anni, specialmente nei Paesi più colpiti dalla crisi. I benefici si stanno vedendo. Ma ci sono molti altri benefici a cui puntare, e molto altro va fatto”.

Draghi ai governi dell’area euro: “Rinviare le riforme ha un costo troppo alto”

Dunque in particolare, si inoltra nel sempre più rigido e complicato discorso delle riforme e del ritorno a più miti andamenti economici, ormai una litania, ma per questo non si può biasimare la petulante esortazione del massimo rappresentate della Bce.
Circa le riforme Draghi dice: “Progressi nel completamento dell’Unione monetaria sono necessari per i lungo termine ma sono anche rilevanti per il breve termine per gli effetti sugli investimenti: il modo migliore per aumentare la produzione oggi è rimuovere gli ostacoli alla fiducia che provengono da tale incertezza” in sostanza Mario Draghi sta dicendo ai governi della zona euro di compiere quei “passi istituzionali” necessari per rafforzare l’unione monetaria.
In sintesi dice: “l’assetto istituzionale dell’Eurozona è incompleto e questa instabilità istituzionale può rallentare gli investimenti inducendo a maggiori risparmi. È importante per la politica monetaria, se le giuste politiche strutturali sono in atto, perché possono contribuire a limitare la profondità e la durata di shock e a sua volta sostenere l’ancoraggio delle aspettative d’inflazione e mantenere i tassi d’interesse reali bassi. Tali riforme possono anche ridurre il ritardo di trasmissione delle nostre misure, dal momento che un’economia più flessibile e più reattiva rischia di trasmettere gli impulsi di politica monetaria più velocemente. Producono una crescita potenziale più alta, che porta a un aumento degli investimenti e, quindi, un più alto tasso reale di equilibrio”.
Il problema vero è che ormai gli imprenditori (i pochi superstiti) sono terrorizzati dalla crisi, e se quindi possono cercare di produrre abbattendo più possibile i costi, lo faranno senza alcuna remora. Questo a scapito delle rendite delle famiglie e soprattutto dei salari che rimanendo al palo non possono in alcun modo spingere la crescita.
Da questo punto di vista le riforme possono poco e niente, non è facilmente rassicurabile chi è atterrito.
Riguardo l’auspicio di un ritorno alla normalità delle condizioni economiche attraverso riforme adeguate e invasive che, conseguentemente porterebbero anche la Bce al suo ruolo ordinario di gestione delle politiche monetarie a tassi convenzionali, Draghi dice: “Nell’area euro, molte riforme strutturali sono state attuate negli ultimi anni, e soprattutto in quei Paesi più colpiti dalla crisi. I benefici sono ora visibili. Ma ci sono molti altri vantaggi ancora su cui puntare e quindi bisogna fare molto di più. Ci sono molte comprensibili ragioni per rinviare le riforme strutturali, ma poche buone ragioni economiche. Il costo di un rinvio è semplicemente troppo alto”.

autore / Luca Lippi
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