La bolla finanziaria "a mandorla": i rischi per la Cina e per noi

09 luglio 2015, Luca Lippi
La bolla finanziaria 'a mandorla': i rischi per la Cina e per noi
Che succede in Cina?
Facciamo solo un volo radente per non annoiare chi non si occupa professionalmente di certe dinamiche. Cerchiamo di spiegare la dinamica usando una terminologia comprensibile con buona pace della finanza.

La Borsa di Shangai: è la principale Borsa valori cinese, dal 12 giugno 2014 fino al 12 giugno 2015 (data in cui è cominciata la caduta, il listino aveva capitalizzato il 150% del suo valore. In meno di un mese ha perduto il 30%.

La Borsa di Shenzen e la Borsa di Hong Kong: sono le altre due Borse cinesi a maggiore capitalizzazione della Cina, e hanno seguito il destino della borsa di Shangai.

L’anomalia: la bolla finanziaria si è cominciata a formare nel momento esatto in cui i prezzi hanno cominciato a crescere senza una corrispondenza col mercato reale; in parole semplici la capitalizzazione di Borsa non ha una reale corrispondenza con la crescita del Pil. Per chi ha buona memoria, è più o meno quello che accadde al Nasdaq nel 1999 con la più famosa bolla della “New Economy” (aziende digitali statunitensi che nascevano come funghi). La medesima cosa è accaduta al ChiNext che è l’indice che raccoglie le maggiori società tecnologiche Cinesi.

Presumibilmente, come accade sempre, qualcuno deve avere cominciato a pensare ad una illogicità di una salita così importante delle quotazioni, e quindi ha cominciato a vendere. Presumibilmente altri possessori di azioni hanno cominciato a vendere creando il “panico”

Ipotesi: da poco tempo la borsa di Shangai ha aperto le contrattazioni agli investitori stranieri, e inevitabilmente il Paese che ha maggiormente “utilizzato” il mercato Cinese è proprio l’America che a seguito di quattro QE consecutivi ha creato liquidità nelle banche statunitensi tali da “invitare” i broker di queste ultime a investire in un mercato così “generoso”. La necessità di recuperare dollari da parte della Finanza statunitense in forte contrazione ha creato il ciclone di vendite sul listino cinese.

Tanto è plausibile se consideriamo che nella Borsa Cinese è rappresentato solo il 15% del risparmio privato delle famiglie cinesi, e pochissime aziende locali fruiscono del mercato di casa.

L’ultima considerazione è relativa alle ripercussioni sull’Economia cinese dello sgonfiamento della “bolla speculativa”.

Guardando il Pil del primo trimestre, quello che balza all’occhio è il forte rialzo del contributo del settore finanziario alla sua crescita (1,3% rispetto allo 0,7% del trimestre precedente). Questo conferma il traino della speculazione del brokeraggio (non inviso al governo cinese), che probabilmente non continuerà nelle attuali condizioni dei mercati. Di conseguenza, con tutta probabilità ciò peserà sulla crescita del Pil del terzo trimestre.

Per tutto il resto non c’è altra considerazione da formulare se non quella che lo sgonfiamento della bolla speculativa non avrà alcuna ripercussione sull’Economia occidentale, se non quella di aver fatto rientrare liquidità nelle banche statunitensi.

Solo un’ultima considerazione: le autorità cinesi sono molto attente ai movimenti di capitali provenienti dall’estero, monitorando continuamente gli account dei broker che operano sui loro listini, ovviamente questo non deve essere stato ignorato dalle corrispondenti autorità statunitensi che sono state costrette a interrompere i flussi telematici del Nyse allo scopo di depistare i segugi cinesi ed evitare un flusso di liquidità “in rientro” anomalo. 

Furberie finanziarie? 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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