A 50 anni dalla nascita, la minigonna fa protesta

09 luglio 2015, intelligo
di Anna Paratone

A 50 anni dalla nascita, la minigonna fa protesta
All’inizio, fu Mary Quant. Correvano gli “stilosi” anni ’60, e una hippy inglese con l’hobby della moda, decise che il futuro passava attraverso la drastica riduzione della lunghezza delle gonne. Lo scopo era sedurre, ma in realtà l’obiettivo sempre più dichiarato tendeva a  una sorta di castigata “liberazione del corpo della donna”. Una rivoluzione da ottenere con ago, filo e, soprattutto, forbici.

Da poco c’era stata la comparsa dei bikini sulle “peccaminose” spiagge della Costa Azzurra, ed ora ecco un nuovo  scandalo di enorme successo. Ragazze e signore meno giovani cominciarono la “gara dell’orlo” sotto gli sguardi lussuriosi degli ammiratori e quelli sconfortati dei soliti bacchettoni presto sconfitti. Ma se la donna occidentale guadagnava ogni giorno quote di libertà e di autodeterminazione, e le fabbriche di tessuti registravano un netto calo nelle vendite, non altrettanto accadeva in moltissimi altri paesi del mondo che, vuoi per religione, vuoi per cultura, il corpo della donna lo pretendevano nascosto.

E così si è assistito per anni e anni al paradosso delle occidentali sempre più in mostra, spesso fin troppo, e di milioni di altre, soprattutto donne di religione islamica, che finivano per coprirsi  di più. In Iran, dopo la fine del regime dello Scià durante il quale Tehran somigliava a una Parigi sottotono, si vide il ritorno dell’ hijab, il solo velo,  poi dello chador per passare quindi al niqab  che lascia scoperti solo gli occhi e infine al burqa, che nasconde  anche quelli.  Tutti indumenti che hanno lo scopo di coprire fino addirittura ad occultare il corpo femminile perché ritenuto peccaminoso e impuro.

In questa contrapposizione netta, esistono zone “di confine”
, dove i costumi occidentali sono magari poco praticati ma comunque abbastanza accettati, e convivono con quelli intransigenti di un Islam integralista. Ora, però,  ci si avvia verso un revisionismo oscurantista capace di risvegliare usi e costumi che inducono a non tollerare chi non segue la “moda” imposta dagli ayatollah.

Due casi di questa preoccupante tendenza si sono registrati nei giorni scorsi, in Tunisia prima e in Marocco poi. Entrambe queste nazioni sono note per la loro vicinanza all’occidente ma ora, magari per colpa del terrorismo  che spaventa o che resuscita antichi sentimenti d’odio, c’è una sorta di “reflusso” anche lì . In Tunisia sono state infatti appena una decina le donne che hanno risposto a una chiamata per protestare contro la repressione del femmineo nel mondo musulmano, e che per farlo hanno proprio usato le minigonne. Lilia Kammoun, un’insegnante che ha aderito alla protesta, ha detto che la Tunisia sta regredendo.  "E 'triste quello che accade. Mia madre era solita indossare normalmente una minigonna. Io ho dovuto osare per uscire con le mini. E oggi, mia figlia ha paura ad indossarne una per quello che le potrebbe accadere. E' un peccato", ha dichiarato a un giornalista che l’intervistava mentre contro-manifestanti esponevano cartelli del tipo “Vergognatevi, così mettete in mostra i vostri organi sessuali”, quasi che siano tali anche le rotule.

Se possibile, in Marocco va anche peggio. La scorsa settimana, in base all’art. 483 del codice penale, due giovani donne, di 23 e 29 anni sono state arrestate in un mercato cittadino ad Agadir, per altro località marina e molto turistica, perché indossavano appunto una minigonna. Il reato configurato riguarda gli “abiti indecenti”, e le due ragazze rischiano una condanna fino a 2 anni di detenzione. Dunque, sebbene non sia mai stata completamente sconfitta, sembra che questa afflizione del corpo della donna stia riprendendo vigore, e che chi potrebbe non faccia molto per arginarla. Non resta allora che confidare nell’idea originale di Mary Quant, tanto dirompente nel secolo scorso,  e sperare che col tempo sconfigga i nuovi barbari, magari trionfando là dove per ora non riescono a farcela nemmeno la armi.

autore / intelligo
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