Da Papandreu a Tsipras il debito socialista di padre in "figlio". I numeri

09 luglio 2015, Luca Lippi
Da Papandreu a Tsipras il debito socialista di padre in 'figlio'. I numeri
Esordiva con il più classico degli slogan socialisti dell’epoca George Papandreu “Ridaremo il sorriso alla Grecia”. Era il 2009, esattamente il 4 ottobre, quando con dieci punti percentuali di vantaggio vinceva sul suo diretto avversario Kostas Karamanlis (rappresentante del partito conservatore “Nuova democrazia”).

Esattamente da qui nasce la discesa dell’economia greca, quella che poi l’ha portata agli squilibri che sono gli addebiti contestati dall’UE di oggi.

Papandreu è un cognome importante, una dinastia in Grecia, al pari di quella Kennedy negli Stati Uniti, i greci lo vedono come un “astro”, e lui ammalia la platea degli uditori con frasi del tipo “Lotta durissima alla corruzione che ha intralciato la crescita del Paese annebbiando la trasparenza e alterando le regole; garanzia di lavoro ai giovani, aiuto ai disoccupati, contrasto al nero sommerso, creazione di una più equa politica fiscale; appoggio a un’economia verde”.

La memoria è sempre troppo corta, specie riguardo alle questioni economiche e politiche, e, infatti, passano appena sette mesi Papandreu smentisce se stesso “Il Paese è chiamato a fare grandi sacrifici per evitare la bancarotta”. Il salvataggio della Grecia passa per la comunità internazionale e a firma dell’Unione Europea che non si preoccupa di evitare al popolo greco un prezzo altissimo.

Tutto ha origine nei primi mesi del 2000, al potere c’è sempre il Pasok (partito socialista), guidato Costa Simitis. Dopo le note vicende nelle quali Simitis caldeggia la manipolazione dei conti pubblici per favorire l’entrata della Grecia nell’UE (per farlo acquista i famosi “derivati” da Goldman Sachs). L’operazione era quello che in gergo si chiama swap, cioè scambiare un’unità di misura con un’altra meno onerosa nell’immediato (nel caso specifico un debito). Era in sostanza il debito greco per il sistema sanitario contratto in dollari, scambiato con un debito di pari importo al cambio ma in euro. Il guadagno immediato era che gli interessi potevano essere pagati a scadenza molto più lontana compensata con un onere maggiore.

Come in tutti casi in cui il debitore ripiana i debiti con altri debito, la Grecia si trova inevitabilmente in difficoltà maggiori rispetto al punto di partenza, quindi comincia a lanciare una campagna di privatizzazioni vendendo al suo creditore principale (Goldman Sachs appunto) delle “entrate future”, si chiama cartolarizzazione questo procedimento.

Come tutti i debitori (lo sono perché vivono al di sopra delle loro possibilità) la liquidità immediata derivante dai continui indebitamenti non viene messa a reddito, piuttosto è stata spesa per gestire allegramente la spesa pubblica, che aggiunta alla diffusa corruzione porta il rapporto deficit/Pil dal 6% al 12,7%.

A tutto questo si aggiungono le manovre ordite da Papandreu (2009), consistenti tagli al Welfare (-10%) abolizione dei bonus per i manager delle banche pubbliche e un’imposta del 90% per quelli privati. Una riforma del fisco e delle pensioni talmente cruenta da avere la forza di riportare il rapporto deficit/Pil dentro il 3% entro quattro anni.

Il popolo insorge, e per voce di Angela Merkel la Troika interviene in salvataggio della Grecia 110 miliardi di euro in tre anni (80 a carico dei partner europei della Grecia), la contropartita era una più severa politica di austerità. Tradotto, le retribuzioni dei dipendenti pubblici greci saranno ridotte di circa il 20%. Tagli anche per i pensionati, abolite la tredicesima e la quattordicesima per le pensioni sopra i 2500 euro lordi mensili e ridotti invece sotto questa soglia. A partire dal 2011 eguaglianza nell’età pensionabile tra uomini e donne.

Cominciano subito le interrogazioni nel Parlamento ellenico per le reali misure concordate con la Troika, memorabile la risposta di Papandreu a un’interrogazione di Alexis Tsipras “Non saranno pignorati né il Partenone né le isole, né le spiagge e neppure gli ospedali greci”.

Alla crisi Greca si aggiunge la crisi finanziaria che colpisce tutti i Paesi dell’Unione Europea, la sua origine è statunitense, e le economie più deboli dell’area euro soffrono particolarmente, la Grecia più di ogni altro data la sua situazione.

L’economista Roberto Pizzuti, titolare di cattedra all’Università di Roma “La Sapienza” analizzando in generale la crisi finanziaria si sofferma sulla questione greca affermando: “La tragedia greca conferma un’ovvietà: un’area economica unita solo dalla moneta, ma con tutti gli altri strumenti della politica economica e della politica tout court divisi e scoordinati, ha capacità molto minori d’interagire con i mercati e più facilmente diventa preda delle forze speculative”.

Non vogliamo liquidare  la questione greca con la frase dell’economista Pizzuti, il discorso è complesso e comunque la partita è giocata sullo stesso campo da tutti i Paesi dell’Eurozona; certo è che se la “mano invisibile” teorizzata dal neoliberismo ha fallito nella gestione della crisi finanziaria e di sistema, è altresì certo che il “socialismo”, bestia nera di ogni disciplina derivante dal corpo madre della Scienza Economica, ha ridotto la Grecia a dover ridisegnare il suo riscatto con matite senza mina! 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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