Escort, un lavoro per la Ue: da oggi pagano le tasse e addebitano al cliente

09 luglio 2016 ore 14:58, intelligo
di Luciana Palmacci  

Sebbene non se ne senta spesso parlare, anche le escort non sfuggono ai controlli fiscali dell’Agenzia delle Entrate. Anzi, il fisco può procedere alle indagini bancarie sul conto della prostituta, dal quale risulti l’esistenza di denaro, senza che però sia mai stata depositata una dichiarazione dei redditi. 
In Italia la prostituzione non è regolamentata da alcuna legge, non è classifica come reato perché “prestazione di servizio verso corrispettivo”, ma da oggi anche le escort dovranno pagare le tasse senza potersi più giustificare dietro la loro attività perché non presente tra i codici delle dichiarazioni dei redditi prestabiliti dall’Agenzia delle Entrate: la fonte primaria dell’obbligo al pagamento delle tasse è la normativa dell’Unione Europa che inquadra i servizi delle prostitute come “prestazione di servizi retribuita” e, pertanto, non c’è modo di scappare dagli obblighi tributari. 

Escort, un lavoro per la Ue: da oggi pagano le tasse e addebitano al cliente
Il risultato è che le escort devono pagare le tasse come tutti i contribuenti, e segnatamente, l’IVA e l’Irpef che, per forza di cosa, dovranno addebitare al cliente al momento del pagamento. Il caso che ha smosso l’argomento in questione è stato quello di una escort che guadagnava 3 mila euro al mese (36 mila euro nel 2010, 40 mila 523 nel 2011, altri 39 mila 395 nel 2012) senza mai dichiarare nulla al fisco ovviamente. I finanzieri allora sono voluti andati a fondo, e perquisendo l'abitazione della donna hanno scovando un’ulteriore prova, l'agendina con gli appuntamenti e i relativi incassi, tutti rigorosamente in nero. Almeno 100 euro al giorno, 3000 euro al mese (nei momenti peggiori). L'Agenzia delle Entrate allora ha intimato alla escort di pagare l'Irpef, le addizionali Irpef sia comunali sia regionali, i contributi previdenziali, infine l'Iva al 21 per cento sugli "incassi lordi". Cifre che sono state calcolate al netto della pubblicità che la donna ha comprato sui giornali spendendo anche 4300 euro l'anno. Adesso la Commissione Tributaria provinciale di Savona, che respinge il ricorso della donna, aggiunge a tutte queste imposizioni altri 2000 euro per risarcire le spese di giudizio.
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