Via i camorristi dalle processioni: ecco le nuove regole del cardinale Sepe

09 maggio 2013 ore 10:44, Americo Mascarucci
Via i camorristi dalle processioni: ecco le nuove regole del cardinale Sepe
Basta con l’usanza di attaccare denari alla statua del Santo, basta con la raccolta di offerte e con le fermate durante la processione per assistere agli spettacoli pirotecnici. Vietate soprattutto le soste nei pressi delle abitazioni di boss e malavitosi. Sono alcune delle regole adottate dalla Conferenza Episcopale campana per prevenire il più possibile il rischio di infiltrazioni della camorra nelle manifestazioni.
Si intitola “Evangelizzare la pietà popolare” il documento redatto dai vescovi per riportare la fede in primo piano, eliminando inutili coreografie e presenze profane nelle celebrazioni del sentimento religioso popolare, dove spesso si insinuano gli esponenti della camorra per guadagnare prestigio e consenso. Un’altra importante stretta contro la criminalità che porta la firma dell’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe. E’ lui infatti il presidente della Cei regionale ed è stato lui a promuovere norme più rigide nell’organizzazione degli eventi religiosi trovando la piena condivisione dei vescovi di Cerreto Sannita Michele De Rosa, di Vallo della Lucania Ciro Miniero, di Nola Beniamino Depalma, di Salerno Luigi Moretti e dall’ausiliare di Napoli Antonio di Donna. Fra le nuove norme c’è anche quella di evitare la presenza, all’interno dei comitati che organizzano i festeggiamenti, di persone discutibili, i cui comportamenti non sono considerati in linea con la dottrina della Chiesa. L’obiettivo è quello di evitare che la fede si trasformi in folklore come spesso avviene soprattutto nelle regioni del Sud. Anche il commercio di oggetti sacri deve essere ricondotto all'interno degli spazi religiosi evitando che diventi un mercimonio. Ma è soprattutto contro la camorra che è concentrata l’azione di Sepe e dei vescovi campani. Quante volte, soprattutto nei piccoli centri, le processioni hanno fatto sosta davanti alle abitazioni dei capi clan come gesto di riverenza e sottomissione al boss del mandamento, ben contento di benedire la folla con tanto di approvazione del parroco locale? Scene viste e riviste che per molto tempo hanno rappresentato una regola, non approvata ufficialmente, ma tacitamente consentita. Così come ha destato sconcerto vedere gli affiliati della camorra caricarsi sulle spalle le statue della Madonna e dei santi, magari poche ore dopo aver freddato in qualche agguato il componente del clan rivale. E i sacerdoti del luogo, pur consapevoli di trovarsi di fronte degli assassini, non hanno battuto ciglio forse, al pari di don Abbondio, privi di quel coraggio che se uno non lo ha, non se lo può dare. Con l’introduzione di queste norme, Sepe e i vescovi campani, hanno finalmente colmato un vuoto regolamentare, mettendo i parroci dei rioni napoletani o dei paesi dell’hinterland nella condizione di assumersi le proprie responsabilità. Stabilendo in modo netto l’incompatibilità fra l’essere cattolici e camorristi. Cosa faranno adesso quei parroci che in molte zone d’Italia hanno trovato utile e conveniente convivere con i fenomeni mafiosi? Non hanno trovato disdicevole frequentare le case dei boss sedendo a tavola con loro? Faranno finta di non sapere che dietro l’organizzazione della festa del patrono c’è la camorra? Fingeranno di non conoscere il conduttore della statua che tutti sanno essere un malavitoso? Il documento della Cei campana rappresenta un ulteriore importante passo in avanti sulla strada della legalità e della trasparenza. Una strada che il cardinal Sepe ha scelto di percorrere sin dal giorno del suo arrivo a Napoli, conscio che il compito della Chiesa sia quello di combattere la criminalità, non di favorirla con comportamenti contrari, prima che alle leggi dello Stato, a quelle di Dio.
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