Quando il Divo e il Diavolo andavano d'accordo. Una storia che si tinge di giallo...

09 maggio 2013 ore 14:02, intelligo
Quando il Divo e il Diavolo andavano d'accordo. Una storia che si tinge di giallo...
Dal Divo Giulio all’ “Agenzia del Diavolo” di Dell’Amico fino a Sbardella. Poi Mino Pecorelli e il caso Moro. In poche righe tutta la storia.   Il senatore a vita Giulio Andreotti fu vicino all’Agenzia Giornalistica Repubblica sino dalla fondazione dell’organo di stampa, il 1957, per poi interrompere il rapporto una trentina di anni dopo, nel 1992, a causa di un “incidente”: la pubblicazione di alcuni articoli che avrebbero provocato addirittura il ritiro della sua candidatura a Presidente della Repubblica. Nel Secolo XX questo organo d’informazioni (e di disinformazioni guidate) era considerato l‘ “Agenzia del Diavolo”. Per colpa originaria di un altro grande leader dello Scudo Crociato, Amintore Fanfani, il quale aveva spedito nel 1961 a Ravenna il direttore di allora, Lando Dell’Amico, al congresso repubblicano per orientare quei delegati pacciardiani verso il centrosinistra di La Malfa evitando in tal modo la crisi del suo governo. Il direttore dell’Agenzia Repubblica scoprì durante il viaggio che il “fiduciario fanfaniano” che l’accompagnava nell’operazione era in realtà un tenente colonnello del SIFAR, e fece saltare il giochetto. Ma ne scoppiò uno scandalo politico sboccato in un’inchiesta parlamentare poi chiusasi, come d’uso, nel nulla; ma che lasciò appiccicata la fama d’Intelligence sulla pelle della testata e soprattutto del suo direttore. Un lungo interrogatorio, più dettagliato rispetto a quello ufficiale in Parlamento, volto a scoprire sin nei dettagli i termini di quel connubio lo subì Lando Dell’Amico. Da parte del suo “amico” Andreotti. Ne nacque una relazione scritta. Che, lo si seppe tempo dopo forse da Cossiga, venne usata politicamente da Giulio versus Amintore nel giro dialettico della Balena Bianca. Tutta una storia, quella dell’Operazione Ravenna, che costituisce il fulcro del libro “La leggenda del Giornalista Spia” (ed. Koinè). Lando Dell’Amico aveva nel frattempo stabilito una convenzione con Giulio Andreotti attinente all’uso dell’Agenzia, politicamente pluralista, come strumento informativo della sua corrente. Nel corpo redazionale erano stati immessi elementi di sua fiducia, sotto il coordinamento del deputato Vittorio Sbardella, membro della Direzione nazionale della DC; il quale - fungendo da trait d'union con il Capo sempre dislocato a Palazzo Chigi o in qualche altro Palazzo governativo, sicché si doveva farlo restar fuori dagli impicci - si serviva dell’ausilio di altri parlamentari come l’eurodeputato Salvo Lima, ex Sindaco di Palermo. Lando Dell’Amico conobbe Giulio Andreotti nel dopoguerra, quando il Rettore dell’Università Pro Deo, padre Anton Felix Morlion, ebbe a collocarlo come addetto stampa presso il presidente delle Acli, l’andreottiano Dino Pennazzato. La relazione con il Divo Giulio durò nel tempo. Quando il giornalista, passato nella redazione del quotidiano socialdemocratico La Giustizia su richiesta di Saragat il quale era stato autore della prefazione di un altro suo libro, scoprì, per conto del ministro delle Finanze Luigi Preti, gli affari del faccendiere Giovan Battista Giuffrè, il cosiddetto “Banchiere di Dio” legatissimo al presidente del Consiglio Ferdinando Tambroni e ad altre personalità democristiane. Convocato da una Commissione parlamentare, il giornalista mostrò tutti i documenti raccolti sulle relazioni tra il “banchiere” e Tambroni, ma evitò di presentare quelli, peraltro meno rilevanti, con Andreotti. Il Divo Giulio mantenne quindi una attenzione particolare, anche di riconoscenza, con Dell’Amico dopo la fondazione dell’Agenzia Repubblica, commissionandole spesso notizie che lo interessavano, e addirittura (come l’Irpiniagate, nei riguardi di Ciriaco De Mita, una campagna ostile alla quale dedica un intero capitolo nel libro “La leggenda del Giornalista Spia”). Un rapporto diretto, dunque, poi sostituito dalla mediazione di fiduciari andreottiani immessi nell’organico redazionale dell’Agenzia. Quando Dell’Amico assunse anche l’incarico di addetto alle relazioni esterne del Gruppo petrolifero Monti-Riffeser, riuscì ad ottenere da Andreotti, appena nominato ministro dell’Industria del governo Rumor, il potenziamento della raffineria di Gaeta, autorizzazione che il suo predecessore non era riuscito a firmare per l’opposizione dc. Dell’affare, che dimostra l‘amicizia consolidata raggiunta, Lando Dell’Amico ne parla non diffusamente nel suo ultimo libro, probabilmente per non dispiacergli quando questi già, per un equivoco, non gli parlava più. Il contatto diretto con il Divo Giulio fu mantenuto soltanto in casi delicatissimi, come quello, durante il rapimento Moro, in cui si voleva che intervenisse presso Mino Pecorelli, direttore della OP, perché questi recedesse dal pubblicare documenti imbarazzanti per il ministro dell’Interno, Cossiga, e per lui stesso. Contatto che Dell’Amico non poté perfezionare, adducendo la realistica ragione che le sue relazioni con Pecorelli si erano interrotte di brutto fin da quando l’aveva estromesso dall’Agenzia Repubblica per gravi motivi. Anche il direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, suo grande amico, lo aveva sconsigliato. Soggiungendo: “Tanto ci pensiamo noi …”. Poi, Mino venne assassinato dai soliti ignoti (o noti?). Poi “l’incidente”. Sbardella dettò una nota all’Agenzia con cui si prevedeva un “gran botto” in vista delle elezioni per il Quirinale, qualche giorno prima dell’attentato mafioso di Capaci al giudice Falcone. Tutti i giornali si chiesero, giustamente, come avesse potuto l’Agenzia Repubblica anticipare quella notizia davvero del diavolo. Fatto sta che Andreotti, essendo nota la presenza della sua corrente nella redazione, si vide costretto a cedere il posto a Scalfaro. Stava emergendo la storia del compromesso tra Stato e Mafia. E già c’era stata nel 1978 la polemica sul ruolo del governo Andreotti irrigiditosi nelle trattative con le Brigate Rosse che portarono all’assassinio di Moro. Eppure, era tutto un controsenso. Giulio Andreotti, poi processato (e in parte assolto) dall’accusa di connivenza con Cosa Nostra, quale interesse poteva avere avuto preannunciando il “botto” mafioso di Capaci? Ma tutti, in quel momento, ignoravano che l’onorevole Sbardella, il quale lo rappresentava nell’Agenzia Repubblica, aveva rotto i rapporti con la corrente andreottiana. Sbardella aveva fatto credere all’Agenzia Repubblica di collaborare ancora, come per accordo, da andreottiano? Questa sarebbe la verità…
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