Adinolfi (Pd): “Il sacrificio di Moro non fu casuale. La verità? C’è ancora qualcosa di indicibile…”

09 maggio 2014 ore 13:38, Lucia Bigozzi
Adinolfi (Pd): “Il sacrificio di Moro non fu casuale. La verità? C’è ancora qualcosa di indicibile…”
“La verità su Moro non è ancora emersa del tutto: resta da capire il ruolo di alcuni segmenti degli apparati di Stato. Il suo sacrificio non fu casuale”. Così Mario Adinolfi, giornalista e politologo, ex parlamentare dem, commenta con Intelligonews, quel giorno in via Caetani dove fu rinvenuto il cadavere dello statista democristiano ucciso dalle Brigate Rosse. Ma l’analisi spazia fino ai fatti di oggi: dal caso Expo all’arresto di Scajola…
Adinolfi, che ricordo ha di quella mattina in via Caetani? «Ero bambino ma resta il ricordo forse più vivido della mia infanzia. Ricordo perfettamente il momento in cui me lo dice mia madre che è australiana e per lei era incredibile che un politico venisse rapito da un commando terroristico. Ebbi chiara la percezione di un enorme straniamento, quasi fosse un film, nel quale si trovavano tutti proiettati. Ricordo quel giorno anche come la prima sensazione di dolore: qualcosa di inspiegabile, di irrazionale e quindi doloroso». La verità è una sola ed è emersa o ci sono più verità ancora nascoste? «Secondo me la verità è sempre una sola, di questo sono abbastanza convinto. Credo che la verità non sia completamente emersa; credo che ci sia da capire bene il ruolo di alcuni segmenti degli apparati di Stato. Ho avuto la fortuna proprio ieri, di parlare con la figlia di Moro, Maria Fida, che ha promosso un sito on line che si chiama “Moro vivo nella verità”. Penso che Moro può tornare a vivere solo nella verità e secondo me, c’è qualcosa ancora di indicibile da raccontare». La politica di allora ebbe responsabilità morali sull’uccisione di Moro? «Io credo che la politica di allora non potesse fare altro, che la strada fosse estremamente stretta. Allo stesso tempo mi pare chiaro che il sacrificio di Moro non fu casuale; venne sacrificato un uomo politico estremamente lucido che aveva proiettato l’Italia in una sfida con la modernità anche nel rapporto con la sinistra che non era, come molti lo hanno letto, un rapporto in cui il compromesso storico fu un compromesso al ribasso per i cattolici democratici di allora. In realtà era una grande sfida che veniva fatta da un partito popolare di massa come la Dc nei confronti di un altro partito popolare di massa come il Pci. E quella sfida era destinata ad essere vinta da Moro. Senza di lui, invece, le cose sono andate diversamente». Expo, gli arresti: siamo di fronte a una nuova Tangentopoli? «Mi pare evidente che in Italia non manca mai l’occasione quando siamo di fronte a un evento mondiale così importante. Che siano i mondiali di calcio piuttosto che le Olimpiadi eventualmente future a Roma, oggi l’Expo ci troviamo come fosse una condanna del nostro dna avere a che fare col malaffare. E’ un problema a mio avvisto antropologico prima che giudiziario: in Italia non siamo capaci di affrontare i grandi appuntamenti con nettezza e pulizia. E questo riguarda i soggetti della cosiddetta imprenditoria italiana più che i soggetti politici». Come si può riparare all’ennesima figuraccia a livello internazionale? «Non si recupera, però bisogna ragionare sul fatto che vent’anni dopo abbiamo la ‘gerontocrazia’ delle mazzette. Noi dovremo riuscire a fare un salto generazionale, come avvenuto al governo con Renzi, anche nella gestione della cosa pubblica, la gestione burocratica e imprenditoriale dei denari pubblici. Questo passaggio va fatto: tra l’altro sottolineo che Renzi con l’infornata di nomine nelle aziende pubbliche non è che ha trovato queste caratteristiche. Si è lavorato più nel solco della continuità invece di lavorare sul versante di una forte discontinuità. Per essere chiari: avrei preferito che il direttore generale dell’Expo fosse stato un ragazzo di 40 anni, giovane, dinamico, capace di essere soddisfatto del lavoro che fa altrettanto capace di spendere il denaro pubblico con oculatezza». Sta dicendo che Sala dovrebbe dimettersi anche se è fuori dall’inchiesta dei magistrati di Milano? «No, non è toccato dall’inchiesta ma esiste un problema di opportunità, lo valuti Sala. Se fossi in lui, io mi dimetterei». Come commenta l’arresto di Scajola? Molti esponenti di Fi parlano di giustizia a orologeria. «Non conosco le carte giudiziarie, ma mi pare che Scajola ne abbia combinate davvero tante. C’è un problema di rapporto tra giustizia e politica che non ho mai negato; tuttavia mi pare che la vicenda Scajola abbia più di un risvolto che dovrebbe far riflettere Scajola. Ora ha un po’ di tempo, lo faccia».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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