Trump mette in discussione (anche) l’autonomia della Fed...

09 maggio 2016 ore 15:13, intelligo
di Alessandro Corneli

Il vero motivo della spaccatura del Partito repubblicano sulla designazione di Donald Trump a candidato alla presidenza non riguarda le dichiarazioni disinvolte in tema di immigrazione o di rapporti internazionali, che la Realpolitk finirebbe per smussare, bensì tocca il centro nevralgico del potere americano: il ruolo della Federal Reserve (Fed) che gestisce la politica monetaria (e quindi il dollaro) e determina le grandi linee della politica economica degli Stati Uniti. Riferendosi all’attuale presidente della Fed, Janet Yellen, nominata da Barack Obama, Trump ha detto che “non è repubblicana” per cui, alla scadenza del suo mandato nel febbraio 2018, se lui sarà alla Casa Bianca, la sostituirà. Il punto non è l’eventuale avvicendamento con una personalità vicina ai repubblicani: questo non susciterebbe perplessità. Il punto è che  Trump ha dichiarato che è sua intenzione mettere fine, o almeno ridurre significativamente,  nientemeno che la leggendaria indipendenza della Fed per portarla sotto il controllo dei merito da parte del Congresso, cioè l’organo di rappresentanza della volontà popolare. Se si sfronda la campagna elettorale dagli elementi folkloristici, questo è il nocciolo duro del progetto di Trump, che cavalca il malcontento popolare nei confronti dell’establishment finanziario americano che ha nella Fed il suo punto di forza e di riferimento, ma che rappresenterebbe anche un ritorno ai princìpi dei Padri costituenti. La Fed, infatti, è nata solo, tra molti contrasti, il 23 dicembre 1913, dopo la crisi finanziaria del 1907.  
È la Fed che ha gestito la crisi finanziaria esplosa nel 2008, inondando il sistema economico americano con circa 4mila miliardi di dollari per portare la disoccupazione al 5%, pompando una ripresa economica che, nonostante tutto, non sembra abbastanza solida: i dati del primo trimestre di quest’anno sono stati deludenti. Nel corso degli ultimi nove anni, il debito pubblico americano è cresciuto di un quarto e oggi ha superato i 19mila miliardi di dollari, di cui un terzo in mani estere, pari al 105% del Pil, peggio del debito europeo che viaggia intorno al 90% del Pil.  Con un reddito medio di poco meno di 36mila dollari all’anno, ogni americano ha una quota di debito pubblico di oltre 59mila dollari. Sul debito, gli interessi remunerano i possessori di titoli pubblici con 2400 miliardi di dollari all’anno. Né i posti di lavoro creati né i flussi finanziari favoriscono però la classe media, spina dorsale della democrazia americana, che ora comincia a chiedersi chi regga i fili del sistema e a favore di chi. L’establishment finanziario – il sistema bancario federale e statale che fa perno sulla Fed – è guardato con crescente sospetto perché ci si rende sempre più conto che la democrazia americana, fondata sul principio della divisione dei poteri, in realtà dipende da un potere sostanzialmente privato, il potere della Fed, che non deve rendere conto del suo operato.
Donald Trump ha detto in modo esplicito che le decisioni della Fed dovrebbero invece essere sottoposte al vaglio del Congresso. Sarebbe una rivoluzione istituzionale perché, finora, la Fed mai è stata costretta a rendere conto della politica monetaria al Presidente o al Congresso, in quanto ciò significherebbe la fine della sua indipendenza e la sua politicizzazione. Ma, secondo Trump, la Fed è già “politicizzata” poiché, in questi ultimi anni, ha tenuto i tassi bassi per favorire Obama che voleva evitare a qualsiasi costo una recessione economica. Così facendo, la Fed ha perseguito i suoi scopi e non si è piegata al potere politico; questo ha beneficiato della linea adottata dalla Fed. Trump vorrebbe fare un passo avanti decisivo: obbligando la Fed a una rendicontazione al Congresso, la politica monetaria verrebbe sottoposta a un criterio politico. Certo, il candidato repubblicano non può avocare alla Casa Bianca un potere di controllo sulla Fed, ma se al Congresso la maggioranza è del partito del presidente, il gioco è fatto. Il potere politico o, diciamo pure, lo Stato federale, prenderebbe in mano la politica economica. Prospettiva non del tutto sgradita a una buona fetta dell’elettorato non solo repubblicano ma anche democratico se si pensa al successo comunque rilevante ottenuto dal “socialista” Bernie Sanders, l’antagonista di Hillary Clinton, la quale, per venire incontro alla corrente d’opinione anti-establishment, ha dovuto aprire alla prospettiva di una rendicontazione della Fed al Congresso, naturalmente in versione leggera, con un controllo su base annuale anziché mensile come vorrebbe Trump.
La Fed, comprensibilmente gelosa della propria indipendenza, non sta a guardare. Anzi, è da più di un anno che ha sentito il vento contrario e non perde occasione per ribadire il valore dell’autonomia di cui gode. Ma se l’economia, che pure è sempre in ripresa, dovesse attestarsi sui ridotti livelli del primo trimestre di quest’anno, allora il tema del ruolo della Fed e quello del Congresso sulla gestione della politica monetaria potrebbe assumere un rilievo importante nelle ultime fasi dello scontro elettorale. In questo caso, Hillary  Clinton, notoriamente vicina a Wall Street, sarebbe in affanno di fronte a Trump che ora, quanto sembra, gode anche del pronostico favorevole di Nostradamus.
Alessandro Corneli
 

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