Da Moro alle "Impronte Criminali": a IntelligoNews parla il magistrato degli anni di piombo

09 marzo 2015, Andrea De Angelis
"Impronte criminali" è il nuovo libro del magistrato Otello Lupacchini. Edito da Koinè Nuove Edizioni, intende mostrare al lettore come la conoscenza del passato sia un fattore determinante per interpretare il presente e progettare il futuro. 
Nell'intervista a IntelligoNews si è parlato anche del caso Moro che ritorna al centro dell'attenzione con l'odierna audizione di don Minniti, presunto confessore del leader Dc durante la prigionia...

Da Moro alle 'Impronte Criminali': a IntelligoNews parla il magistrato degli anni di piombo

L'idea di rileggere fatti apparentemente lontani per comprendere il presente fa parte della sua esperienza, del suo credo o è frutto del tentativo di mostrare che i vizi e i mali dell'uomo alla fine sono sempre gli stessi?


«Fa parte della mia cultura, della mia filosofia. Non si può conoscere il presente senza la conoscenza del proprio passato e soprattutto senza quest'ultima non si può progettare il futuro. Lo studiare il ripetersi delle situazioni, i cliché comportamentali fornisce la chiave per comprendere ciò che sta accadendo e la possibilità di prevedere cosa potrà accadere se non si interviene adeguatamente».


Quando è scoppiata Mafia Capitale immagino allora che lei avrà sorriso amaro dinanzi allo stupore generale manifestato da tanti attraverso i mezzi di comunicazione...


«Sono anni che, come capita ai vecchi, ripeto che Roma metabolizza tutto. Roma è cioè in grado di subire tutto e dimenticare tutto rapidamente. Ovviamente, si dà il caso che qualcuno prima o poi inciampi sul proprio passato. È, tanto per intenderci, il caso dei molti personaggi coinvolti in Mafia Capitale: senza entrare nel merito delle accuse che vengono mosse, avuto comunque riguardo ai nomi di chi vi è rimasto coinvolto, i risultati di quell'inchiesta, almeno per ora, confermano questa mia convinzione».

Da Moro alle 'Impronte Criminali': a IntelligoNews parla il magistrato degli anni di piombo

Ovvero?


«Ovvero che possono sparire determinate organizzazioni criminali, possono esaurirsi certi fenomeni delinquenteschi, ma le professionalità acquisite in quei contesti si conservano e si cerca di cogliere ogni opportunità per reinvestirle. Stando a quanto si conosce, sembra essere questa la situazione fotografata da Mafia Capitale, in un ambito che non è più quello della criminalità di strada, ma di un sistema corruttivo di dimensioni allucinanti». 


Un testo che permette di leggere quanto sta accadendo al di là del sensazionalismo, del titolo di giornale o del tweet del momento...


«Viviamo nella società della notizia in cui tutti credono di sapere tutto, ma in realtà mancano della conoscenza che è la capacità di inserire le notizie che ci bombardano in un sistema organico che consenta di recepire criticamente ciò che ci viene propinato. 
Oggi siamo all'era dei tweet e quindi la conoscenza è sempre più emarginata, è diventata quasi un privilegio. Questo libro, "Impronte Criminali", cerca allora di volgarizzare, di rendere cioè popolari certe conoscenze, offrendo una chiave di lettura degli accadimenti a chi non sappia nulla di cosa è accaduto prima che raggiungesse l'età della ragione. Ammesso che di questi tempi si raggiunga mai l'età della ragione...».


Oggi ci sarà l'audizione di don Minniti, il presunto confessore di Aldo Moro durante la sua prigionia. Che significato assume pensando soprattutto al fatto che se un sacerdote conosceva l'indirizzo dove era tenuto prigioniero l'ex leader Dc, è difficile immaginare che non ne fossero a conoscenza anche i vari Cossiga e Andreotti?


«Non entro nel merito di quelle che potranno essere le risposte che fornirà il sacerdote alle domande che gli verranno poste. Gli si presenterà sicuramente un problema di coscienza e di rispetto della sua funzione sacrale. Che incontri tra il sacerdote e Aldo Moro ci siano stati e che altri fossero o meno a conoscenza delle modalità ed eventualmente del luogo dove avvenissero, non so se riterrà di rilevarlo o, addirittura, se possa dirlo.».


Al di là del contenuto della confessione a stupire è che un sacerdote conoscesse l'indirizzo...


«Dio solo sa se e come questi incontri siano avvenuti, se per lettere o magari per telefono, se per interposta persona o se direttamente fra loro. Fino ad oggi di molti fra gli accadimenti dell'epoca del sequestro ben poco si sa ancora e molto sembra sia stato tenuto nascosto o addirittura dissimulato». 


Sempre per Koiné Nuove Edizioni lei ha pubblicato "Il ritorno delle Brigate Rosse". Nel momento in cui si parla sempre e solo di terrorismo internazionale, che minaccia assume oggi quello nazionale?


«Il terrorismo interno è stato, almeno in passato, l’effetto dell’esacerbarsi del conflitto sociale. In alcuni casi, peraltro, si è raggiunta persino la prova di un signoreggiamento o di un'infiltrazione delle organizzazioni terroristiche, indotte a  determinati comportamenti.  Oggi più che di pulsioni conflittuali, si può constatare un senso di diffusa rassegnazione, che rende piuttosto improbabile lo sbocco terroristico. Più realistico è invece il pericolo rappresentato dal terrorismo internazionale, che risponde a ben altre logiche. Ciò non toglie che sia sempre possibile che covi sotto la cenere il fuoco del terrorismo nazionale: si pensi soltanto al fenomeno dell’infiltrazione di movimenti che sono portatori d’istanze essenzialmente pacifiche, da parte di soggetti votati invece  alla violenza».
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