Trump, Rondolino avverte: "Puo' vincere e isolerebbe l'America trascinando così l'Europa"

09 marzo 2016 ore 12:19, Lucia Bigozzi
“Trump sottovalutato dagli analisti: il populismo e l’antipolitica sbarcano anche in America. Lui è paragonabile a Renzi”. Il parallelismo lo avanza Fabrizio Rondolino, giornalista, scrittore, analista politico ed esperto di cose d'Oltreoceano Oltreoceano, nella conversazione con Intelligonews, sulla corsa del miliardario che punta alla Casa Bianca. Non solo, ma anticipa che potrebbe essere l'America se Trump uscisse vincitore dallo scontro diretto con la Clinton. 

Effetto Trump imprevedibile come in altre parti del mondo: cresce nei sondaggi contro ogni previsione degli analisti. Cosa sta succedendo?

«Diciamo che l’effetto Trump, come spesso accade anche da noi, è stato sottovalutato da analisti e commentatori. La sorpresa nasce anche dal fatto che prima non ci eravamo accorti di lui. In Italia conosciamo bene il fenomeno, basta pensare a Grillo e venti anni fa alla Lega anche se con proporzioni minori. Detto un po’ sbrigativamente, il populismo e l’antipolitica sbarcano anche negli Stati Uniti in modo travolgente»

Esiste un precedente in America?

«In queste proporzioni è la prima volta. Forse, il paragone da citare potrebbe essere quello del miliardario texano Ross Perot che alla fine degli anni Novanta tentò la corsa alla Casa Bianca ma in solitaria, ovvero con una candidatura terza rispetto a quelle repubblicana e democratica. Di fatto, Trump è paragonabile a Renzi».

Addirittura? E con quali analogie?

«Trump ha preso in mano un partito moribondo perché il partito repubblicano è stato squassato prima dai Tea Party, nati come elemento di rinnovamento poi diventati elemento anche di progressiva radicalizzazione perché sono stati loro a spingere i repubblicani a rifiutare ogni compromesso e tutto questo ha creato un contraccolpo nell’area moderata del partito. Diciamo che Trump ha scalato il partito, esattamente come ha fatto Renzi con un Pd sconquassato, senza identità, lacerato al proprio interno. La cosa sorprendente e per certi aspetti paradossale è che Trump fa tutto questo con un programma per nulla repubblicano bensì democratico; a parte il fatto che parla come uno scaricatore di porto e a noi snob di sinistra ci pare di destra. Tuttavia, il suo programma è di sinistra quando dice bisogna aumentare le tasse ai ricchi, quando si propone come unico candidato che non mette in discussione l’Obama Care. E ancora: vuole fare la guerra commerciale alla Cina e non è una cosa dei repubblicani proiettati al libero scambio, perchè finalizzata a difendere il lavoro americano. La classe operaia e media si sono impoverite a causa della globalizzazione e lui dice: io riporto l’America al centro e mi occupo solo di America. Insomma, Trump intercetta questo sentimento che esiste nel popolo americano. Mentre Hillary Clinton appare molto più “guerrafondaia”, lui paradossalmente è un pacifista nel principio fondamentale della sua politica, ovvero esiste solo l’America. Io la penso all’opposto ma dico che questo messaggio ha la sua forza e non è l’antipolitica grillina. Trump è vestito di antipolitica e populismo perché oggi in Occidente è figo essere così; in realtàè ha privilegiato una linea molto coerente con la capacità di rispondere ai bisogni del nostro tempo: lo smarrimento, la globalizzazione»

E’ paragonabile con le dovute proporzioni all’avanzata di Marine Le Pen in Francia, ad Alba Dorada in Grecia o ai movimenti di estrema destra in Slovacchia? E’ una forma di dissenso dal basso che viene raccolta da outsider dell’anticasta?

«Sì, in parte è vero. Ci metterei dentro anche i 5S in Italia, Podemos in Spagna, Tsipras in Grecia perché i vari populismi a seconda dei paesi dove nascono, possono essere di vari colori politici. Del resto è un po’ la matrice dei totalitarismi con la differenza che oggi esiste l’anti-modello, cioè anziché fare la dittatura facciamo esplodere il potere. Ma in America, diversamente dall’Europa, qualsiasi candidato alla presidenza della Casa Bianca e di qualsiasi partito, a un certo punto pronuncia la frase cult: io difenderò i vostri interessi contro quelli di Washington. E’ nella natura del federalismo vissuto come esperienza concreta e non come slogan; c’è il fastidio della burocrazia di Washington che Trump oggi amplifica, ma devo dire che non aggiunge nulla di nuovo rispetto a quello che già esiste»

Immaginiamo l’opzione scontro diretto Trump-Clinton: tutti dicono che non c’è storia e vince la Clinton. Siamo così sicuri? In questo caso l’effetto sorpresa è da mettere nel novero delle possibilità o va scartato a priori?

«Non darei affatto per scontato la vittoria della Clinton per due motivi. Il primo riguarda lei che in un concorso a titoli sarebbe già alla Casa Bianca perché è l’unica ad avere le carte in regola; ma ha problemi serissimi di immagine, di consenso, di empatia e simpatia con l’elettorato. Perché? Beh c’è poco da fare: rappresenta gli anni Novanta peraltro gli anni migliori per gli Usa con le presidenze Reagan e Clinton, due grandi presidenti del dopoguerra e tuttavia la bellezza dell’America è che non guarda mai indietro ma sempre avanti e votare oggi per lei significa in un certo senso voltarsi indietro. Poi, per carità, uno può scegliere il male minore. Il secondo motivo riguarda Trump: se gli elementi che ho elencato prima sono autenticamente radicati nello spirito e nelle attese degli americani, nella difesa contro la mondializzazione per dirlo con uno slogan, ecco tutto questo potrebbe provocare un terremoto elettorale. Tanto Trump può perdere voti nell’establishment del partito repubblicano, altrettanto può prendere nel voto popolare e anche in un pezzo di elettorato democratico più “radicale”. Mi auguro, ovviamente che non succeda ma se accadesse alla fine, non avremo un’America più cattiva ma un’America più isolata e questo dovrebbe piacere a tutti gli anti-americani del mondo. Piacerebbe meno a noi perché io preferirei che si occupassero di noi visto che noi non siamo in grado di farlo da soli, ma anche dal punto di vista dell’Europa, avremmo un’America meno presente sullo scenario internazionale»

autore / Lucia Bigozzi
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