Marco Prato, l'assassino "buono" e gay che odiava CasaPound

09 marzo 2016 ore 15:54, Adriano Scianca
Marco Prato, l'assassino 'buono' e gay che odiava CasaPound
Per capire bene la vicenda, immaginiamocela al contrario: due etero con simpatie di estrema destra attirano un gay a un festino e lo massacrano per divertimento. Chi può, in tutta onestà, affermare che un tale delitto resterebbe confinato nelle pagine della cronaca? Lo sappiamo benissimo: partirebbero editoriali sul retroterra culturale degli assassini, indagini su tutto un mondo politico e umano, richieste di giri di vite contro movimenti e luoghi di aggregazioni, campagne di Repubblica con tanto di post-it e selfie sinceramente democratici. Nulla di tutto questo è accaduto in seguito all'omicidio di Luca Varani, ucciso in modo brutale e sadico da Manuel Foffo e Marco Prato nel corso di una serata dai contorni ancora poco chiari costellata di un mare di cocaina, superalcolici e sesso omosessuale. Prato, in particolare, è un volto noto della capitale, organizzatore di eventi gay e dichiaratamente omosessuale egli stesso. Il che, diciamolo subito, non è certo sufficiente per estendere le sue colpe a tutti coloro che condividono il suo stesso orientamento sessuale. La responsabilità penale è personale. Un principio sacrosanto in uno stato di diritto, ma che dovrebbe valere sempre, anche quando a infrangere la legge è qualche appartenente a categorie che godono di una peggiore pubblicità. Ma c'è di più. Spulciando sulla pagina facebook di Prato è uscito fuori un vecchio post in cui il tizio se la prendeva con un locale romano, dal quale era stato “rimbalzato”, come si dice in gergo, ovvero non era stato fatto entrare. Capita. Lui, però, ci aveva costruito su una battaglia per i diritti civili. 

Marco Prato, l'assassino 'buono' e gay che odiava CasaPound
Racconta, sempre sul social network, che una volta nel locale ci sarebbero stati problemi con “un personaggio eccentrico, una signora trans ex attrice”. Un'altra volta un dj suo collaboratore sarebbe stato “offeso più volte con epiteti omofobici”. Prato aveva anche una spiegazione: parte del personale, a suo dire, sarebbe “colluso con CasaPound (ho i brividi solo a pronunciarlo!)”. Da qui lo scontro dell'uomo con lo staff del locale che avrebbe portato a un suo respingimento alla porta, cosa che, sono sempre parole sue, configurerebbe “una sorta di reato d'opinione che non puzzerà pure di omofobico, ma ha un fetore fascista”. Insomma, non ti fanno entrare in discoteca e tu urli al complotto fascista. Il tipico atteggiamento di chi si sente sempre dalla parte della ragione, dei “buoni”, di chi ha la morale e il senso della storia dalla sua parte. Fa una strana sensazione rileggere oggi quelle parole, quando il buono, il democratico, il campione della morale Marco Prato è finito implicato in un delitto che è espressione del suo stile di vita. A quando un bell'approfondimento di Repubblica sul retroterra antifascista del terribile omicidio?
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