L’Egitto a ferro e fuoco ora fa i conti col terrorismo. Quanto costa la democrazia?

09 ottobre 2013 ore 10:16, Americo Mascarucci
L’Egitto a ferro e fuoco ora fa i conti col terrorismo. Quanto costa la democrazia?
Anche in Egitto è arrivato il terrorismo, con una serie di attentati nella zona del Sinai. Era inevitabile! Le cellule islamiche più radicali hanno approfittato del caos creatosi con il golpe militare del luglio scorso, quello che ha deposto il presidente Mohamed Morsi uscito vincitore dalle prime elezioni del dopo Mubarak, per aumentare la tensione nel Paese.
I militari al potere fanno fatica a contenere le proteste sempre più imponenti della Fratellanza Musulmana, il partito di Morsi, tornato fuorilegge come ai tempi di Nasser; ora con i terroristi pronti ad insanguinare l’Egitto la situazione si sta facendo oltremodo drammatica. Il capo provvisorio dello stato, l’alto magistrato Adlì Mansour, è corso in Arabia Saudita, il Paese che più di tutti porta il peso e la responsabilità del caos creatosi in Egitto. E’ stato proprio il regime di Riyad a sostenere il golpe militare, preoccupato dal rafforzamento della Fratellanza in tutta l'area medio orientale e ancora di più da un possibile avvicinamento fra Egitto ed Iran. I Fratelli Musulmani sono infatti di etnia sunnita, ma ostili da sempre alla monarchia saudita di rito wahabita. Morsi, nello scacchiere del Medio Oriente, sembrava deciso a giocare una partita del tutto autonoma dall’Arabia Saudita, rompendo il vincolo di fedeltà sempre mantenuto da Mubarak che aveva consentito a Riyad di avere il controllo assoluto del Canale di Suez, bloccando il transito delle navi da guerra iraniane verso la Siria. E così, dopo aver “incendiato” la Siria fomentando la ribellione sunnita contro Assad, i sauditi hanno approfittato delle proteste degli egiziani contro la svolta filo islamista di Morsi per riprendere il controllo del Paese attraverso il ricorso all’esercito. E mentre i militari reprimevano duramente le proteste pro Morsi, da Riyad piovevano dollari nelle casse dell'Egitto, quasi a suggello della ritrovata egemonia saudita.  Ma in entrambi gli scenari si è inserita Al Qaeda con la sua strategia del terrore, e come già avvenuto in Iraq ed in Siria, le proteste hanno ceduto il passo al terrorismo. Mansour è dunque prontamente corso dai “ritrovati padroni” per farsi dettare l'agenda di governo e le strategie da adottare da qui al prossimo futuro. Morsi ha sicuramente sbagliato a spingere troppo l’acceleratore su una svolta islamista dello stato, provocando la rivolta dei movimenti laici e liberali, dei cristiani copti, dei sunniti legati al gran imam dell’università di Al Azhar Ahmed el Tayyeb; ma i Fratelli Musulmani avevano vinto le elezioni e nel loro programma di governo, certamente scarsamente condivisibile, si era riconosciuta la maggioranza degli egiziani. Rovesciare con un golpe militare il capo dello stato democraticamente eletto, ha significato negare il valore della primavera araba, certificandone il completo fallimento. Non si può pensare che la democrazia abbia senso solo se a vincere è una parte, rispetto ad un’altra. La democrazia è innanzitutto il rispetto delle regole e la prima regola da rispettare dovrebbe essere la volontà della maggioranza. Morsi dal carcere continua a proclamarsi legittimo presidente dell’Egitto, ed i suoi tantissimi sostenitori continuano a farsi ammazzare nelle piazze per difendere il voto scaturito un anno fa dalle urne. Le spiagge del Mar Rosso, meta del turismo occidentale, sono diventate off limits a causa del rischio attentati. Stando così le cose, non sarebbe stato meglio mantenere al potere Mubarak, anziché favorire il desiderio di libertà e di democrazia del popolo, comunque tradito?
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