La password della settimana: "Sindaca, assessora"

09 settembre 2016 ore 20:30, Paolo Pivetti
Di Laura Boldrini sappiamo che esige di esser definita la presidente, non il presidente della Camera. In questi giorni Maria Elena Boschi, in un pubblico dibattito, forte di un parere dell’Accademia della Crusca ha chiarito che lei è la ministra, non il ministro.
Nel frattempo, nel Comune di Roma, è scoppiato, ed è tuttora in ebollizione, il caso della sindaca (Raggi) e dell’assessora (Muraro). Su tutti i quotidiani, Corriere in testa, leggiamo nei titoli “L’assessora indagata...” o “La sindaca risponde...” eccetera. È chiaro, e ormai da tempo, che l’attualità ci pone il problema del femminile nei nomi professionali o istituzionali, fino a ieri soltanto maschili perché quelle professioni e quelle funzioni erano in generale riservati ai maschi.

La password della settimana: 'Sindaca, assessora'
Su questi femminili la confusione regna sovrana. La Raggi passa velocemente da sindaca a sindaco, per poi ritornare sindaca, e nelle pagine dello stesso giornale. L’emancipazione della donna è un gran passo avanti della nostra società, e forse richiede un’emancipazione della lingua. Ma se non vogliamo dare i numeri, dobbiamo rifarci al buon senso presente nell’uso, cioè nella tradizione. 

Cominciamo da sindaco. Nella lingua italiana i sostantivi maschili in o hanno un loro naturalissimo femminile in a: cuoco fa cuoca, sarto fa sarta, soldato fa soldata (non soldatessa!), avvocato fa  avvocata (non avvocatessa!), ministro fa ministra (come insegnano la Crusca e la Boschi); dunque è più che logico, per sindaco, il femminile sindaca.
Più complicato per assessore, se ci regoliamo sull’esito femminile dei maschili in -ore che indicano un incarico, una mansione: direttore fa direttrice, imperatore fa imperatrice, senatore fa senatrice. Dovremo allora tirar fuori un assesrice? Impronunciabile, improponibile. E allora? Ci vengono in aiuto altri maschili in -ore che hanno il femminile in -oressa: dottore / dottoressa, professore / professoressa. Dunque, assessoressa? Non è una meraviglia, con tre doppie s, cioè sei s nello stesso nome. Non ci resta che rifarci al femminile di pastore cioè pastora, e ricadere nello sciatto assessora.
Checché ne dicano le neo-linguiste ideologiche Boschi e Boldrini, questi sono problemi di lana caprina. Tanto per vedere l’argomento da un altro punto di vista, nessuno si è mai preoccupato di esigere il maschile di nomi come persona, guardia, guida, sentinella, spia e altri, che hanno forma femminile e la mantengono tranquillamente anche quando il soggetto di cui stiamo parlando è maschio. Perché questo è l’uso.
Senza contare che in certe figure istituzionali o professionali, il sindaco, il presidente, il ministro, il direttore (di giornale), e altri, la forma maschile ha in realtà un valore neutro, in quanto mette in evidenza il ruolo rispetto alla persona.
Ma forse questo la Boschi e la Boldrini non lo sanno.

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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