Milizie irachene anti-Isis riprendono l'offensiva per la liberazione di Mosul

20 febbraio 2017 ore 12:22, Luca Lippi
Mosul è di fatto considerata la capitale dello Stato Islamico in Iraq. Ieri (19 febbraio) l’esercito iracheno ha annunciato di aver ripreso la campagna per liberare la città di Mosul dal controllo dello Stato Islamico. In concreto l’offensiva militare per liberare la città è iniziata a ottobre e per il momento ha portato alla liberazione dei quartieri a est del fiume Tigri, che divide in due la città. Ieri, nei primi attacchi della nuova campagna, le forze militari irachene hanno liberato alcuni quartieri nella periferia sud-ovest e sono arrivati a pochi chilometri dall’aeroporto principale di Mosul
ma ci vorrà ancora almeno qualche mese per espellere i miliziani dello Stato Islamico dalla città. 
Sulla carta queste milizie sono sotto il controllo del governo iracheno, ma di fatto i gruppi più potenti rispondono all’Iran e già in passato sono stati accusati di avere commesso gravi violenze settarie contro i sunniti. 
La nuova campagna militare (dopo diverse settimane di stallo) è stata avviata da forze che rispondono più direttamente al governo. La decisione di cambiare gli attori in campo sembrerebbe seguire la strategia di evitare atti di sciacallaggio da alcuni miliziani che agirebbero spinti da motivazioni tutt’altro che in linea con lo spirito dell’offensiva.

Milizie irachene anti-Isis riprendono l'offensiva per la liberazione di Mosul

L’attacco è stato annunciato sulla tv di stato irachena dal primo ministro Haider al Abadi e secondo Reuters al momento è guidato dalla polizia federale irachena e da un’unità speciale del ministero degli Interni. Ci sono inoltre delle ragioni precise per le quali è iniziato da sud e non dal “nuovo” fronte che passa per il centro della città: per prima cosa, nelle scorse settimane i cinque ponti principali che collegano la zona orientale e quella occidentale della città sono stati danneggiati e resi inutilizzabili dallo Stato Islamico. 
Ci sono poi altri motivi di natura militare: l’aeroporto (anch’esso reso inutilizzabile dallo Stato Islamico) è situato nei pressi di una collina chiamata Abu Salif, che le forze irachene intendono conquistare per evitare che lo Stato Islamico la usi come base per i propri cecchini, già molto impiegati nella campagna per difendere Mosul. 
Occupare la zona dell’aeroporto e gli altri quartieri a sud-ovest della città sarà probabilmente la parte più semplice della nuova campagna, come fa intendere il Wall Street Journal: “I quartieri occidentali del centro storico di Mosul, con il loro dedalo di stradine, saranno probabilmente il luogo di scontri di guerriglia. Questo tipo di combattimento può essere particolarmente svantaggioso per l’esercito iracheno, peggio equipaggiato e addestrato rispetto alle forze speciali”. E dato che quartieri del genere sono più densamente popolati delle periferie, l’esercito americano avrà molte più difficoltà a condurre bombardamenti aerei di supporto alle forze irachene come avvenuto finora, dato che intende ridurre al minimo le morti fra i civili.
Al momento si stima che a Mosul rimangano circa 650mila civili, spesso in condizioni di vita molto precarie, insieme ad alcune migliaia di miliziani dello Stato Islamico (all’inizio della campagna erano seimila, e le forze irachene stimano di averne uccisi un migliaio). Le forze alleate contro lo Stato Islamico possono comunque contare su circa 100mila uomini, compresi quelli delle milizie sciite e curde: di conseguenza, il problema non è tanto se la campagna avrà successo, ma quanti danni la battaglia causerà alla città, quanti saranno i morti civili e se le forze alleate riusciranno a gestire i gruppi settari sia civili sia militari.
Per via delle molte difficoltà della nuova campagna, è probabile che come ipotizzato da qualche tempo la campagna per liberare definitivamente Mosul durerà ancora qualche mese: a inizio febbraio Stephen Townsend, il responsabile delle operazioni militari dell’esercito americano in Iraq, aveva stimato che lo Stato Islamico sarebbe stato espulso dalla città nel giro di sei mesi.

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