Dirigenti Pa, via la privacy: finiscono al Tar "i patrimoni"

21 marzo 2017 ore 10:36, Luca Lippi
Le norme proposte dalla riforma Madia sulla pubblicazione dei patrimoni dei dirigenti dello stato non piace all’Unione nazionale dirigenti dello Stato. È scontro aperto tra Unadis e Governo, già annunciati due azioni contro l’obbligo l’obbligo di pubblicazione.

COSA PREVEDE LA RIFORMA
Nella riforma Madia si legge di un obbligo per i dirigenti pubblici di comunicare tutti i dati patrimoniali entro il 30 aprile 2017.
Il target di trasparenza imposta dalla Pa, secondo l’Unadis oltrepassa la privacy, per questo motivo si configura la possibilità di impugnare il decreto attuativo.

DUE AZIONI LEGALI VS LA PA
A tutela delle ragioni degli iscritti l’ufficio legale di Unadis sta attivando due azioni contro l’obbligo di pubblicazione dei dati relativi alla situazione patrimoniale dei dirigenti pubblici. Azioni, fa sapere l’Unione in un comunicato, avverso Pcm, Mit, Mise, Maeci, ministero del Lavoro, ministero della Salute, Agenzia delle entrate, Agenzia delle dogane, Aifa, Aics, Miur, Mef. Si presenta una diffida firmata dal sindacato e da alcuni rappresentanti dei vari ministeri ed un ricorso al Tar del Lazio, con istanza di sospensione e di adozione di misure cautelari presidenziali.

VIOLAZIONE DELLA PRIVACY
Barbara Casagrande, Segratario generale di Unadis, ha manifestato seria preoccupazione: “Perché adesso bisogna indicare la casa in cui viviamo, le nostre proprietà, tutti i beni posseduti anche se di famiglia, l’automobile ed ogni altro avere?”. Insomma…dove finisce il “diritto di sapere” da parte dei cittadini e dove inizia la privacy del cittadino, anche se dirigente pubblico?

Dirigenti Pa, via la privacy: finiscono al Tar 'i patrimoni'

In effetti, il Freedom of information act italiano prevede, per trasparenza, che i dirigenti pubblici rendano noti non solo il reddito ma anche le proprietà immobiliari e gli altri beni che possiedono.
La misura ha l’obiettivo di far emergere eventuali differenze macroscopiche tra lo stile di vita che conducono i dirigenti dello Stato e il reddito che ricevono dal ministero, dall’agenzia fiscale, dall’ente locale o dalla partecipata pubblica di cui sono dipendenti. Differenze che, nel caso ci fossero, potrebbero far suonare un campanello d’allarme e aprire la strada a verifiche su eventuali fenomeni di corruzione.
Secondo le elaborazioni dell’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, i soggetti interessati dai nuovi obblighi di trasparenza sarebbero 140mila. 
In attesa della prima pronuncia cautelare del giudice amministrativo, che secondo il sindacato dovrebbe arrivare “entro la fine di questo mese e comunque prima della scadenza dell’obbligo di pubblicazione dei dati”, l’Unadis “ha invitato tutti i dirigenti a non trasmettere né pubblicare nessun dato personale”.

È importante però rilevare che il decreto non prevede che siano resi noti gli indirizzi personali o comunque dati particolarmente ‘sensibili’. 
Il modello di dichiarazione messo a punto dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), per esempio, prevede solo l’indicazione della tipologia e della quota di titolarità dell’immobile. 
Inoltre, spiega Guido Romeo, cofondatore dell’associazione no profit Diritto di Sapere che ha promosso il recepimento in Italia del Foia: “I responsabili della trasparenza nominati da ogni amministrazione sono tenuti a depurare tutte le informazioni dai dati sensibili, come richiesto dal Garante della Privacy che ha esaminato il testo nel dettaglio”.
I dubbi del garante, insomma, sono stati risolti. Non quelli dei suoi dirigenti, però, che si sono mossi con largo anticipo e già il 2 marzo hanno ottenuto dal Tar Lazio un’ordinanza che sospende in via cautelare l’efficacia delle note con cui il segretario generale del Garante ha chiesto di fornire i dati. 
Il tribunale amministrativo ha rilevato in particolare “la consistenza delle questioni di costituzionalità e di compatibilità con le norme di diritto comunitario sollevate in ricorso” e ha valutato “l’irreparabilità del danno paventato dai ricorrenti, discendente dalla pubblicazione online, anche temporanea, dei dati per cui è causa”.

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autore / Luca Lippi
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