Con la Brexit Londra rischia il declino (e agli inglesi non importa)

11 aprile 2017 ore 17:35, intelligo
Non bastavano le banche, le aziende di software e le filiali europee delle multinazionali statunitensi. A mettersi in coda per lasciare Londra ora che la Brexit è diventata realtà - con la consegna della lettera di divorzio firmata dalla premier Theresa May - è addirittura Gazprom.
Il più grande produttore al mondo di gas naturale – con un fatturato di 150 miliardi di dollari l’anno – starebbe secondo
Con la Brexit Londra rischia il declino (e agli inglesi non importa)
indiscrezioni fornite dal Financial Times preparando il trasferimento verso un Paese membro dell’UE per evitare di perdere l’accesso preferenziale al mercato unico nel caso in cui il divorzio dall’Europa dovesse concludersi senza un accordo amichevole. Mantenendo la sede legale e operativa a Londra Gazprom perderebbe una serie di vantaggi fiscali che le permettono di assorbire un terzo dei consumi di gas dell’intera UE, consumi che tra l’altro lo scorso anno sono aumentati del 16% rispetto al 2015. Per Gazprom si tratta di una questione di sopravvivenza, perché il 44% delle sue entrate dipendono dal mercato europeo.
L’azienda aveva già deciso di tagliare il 20% della forza lavoro londinese nello scorso novembre, ma aveva negato che la mossa fosse collegata alla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione Europea. Gazprom sarebbe ora intenzionata a mantenere solo la filiale di Manchester, che gestisce le vendite nel mercato britannico. Il trasferimento non richiederebbe quindi alcuna riorganizzazione, e potrebbe essere completato velocemente.
La notizia è stata accolta con costernazione nella City: gli impiegati leggono ormai i quotidiani finanziari come un bollettino di guerra, scorrendo ogni mattina tablet e pagine di giornale per scoprire quale azienda si è aggiunta alla lista di quelle che aspirano a lasciare le sponde del Tamigi. Anche chi non chiude, come il colosso delle assicurazioni Lloyd’s, ha deciso di aprire succursali europee spostando posti di lavoro a Bruxelles, Dublino, Parigi (e forse Milano). Goldman Sachs invece ha “casualmente” inaugurato in questi giorni una succursale a Francoforte, dove conta di trasferire almeno un terzo dei suoi 3mila dipendenti europei. Secondo Xavier Rolet, CEO (francese) del London Stock Exchange, il conto finale in termini di posti di lavoro persi potrebbe ammontare a 230mila unità. Una previsione catastrofica alla quale il resto del Paese sta reagendo con la massima indifferenza, confermando la sensazione che il voto dello scorso giugno fosse una protesta contro Bruxelles ma anche contro Londra e il suo spirito multiculturale e multirazziale. Oltre che separata dall’Europa, la città sembra sempre più separata dallo stesso Regno Unito.

di Alfonso Francia

autore / intelligo
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