Il ritorno della "fortezza Europa"

23 gennaio 2017 ore 10:43, intelligo
di Alessandro Corneli

Adesso per Angela #Merkel è arrivato il tempo delle scelte difficili: la questione di un’Europa germanocentrica non è più argomento di discussioni intra-europee fra sostenitori e avversari della politica di austerità poiché essa è salita di tono in quanto è stata fatta propria dal nuovo presidente americano, Donald Trump. Fino a quando c’era #BarackObama a sollecitare blandamente più sviluppo e meno austerity, la cancelliera poteva fare finta di niente anche perché poteva contare sul sostegno di #FrançoisHollande. Oggi, dopo la scelta del premier britannico, signora
Il ritorno della 'fortezza Europa'
#TheresaMay, a favore di un negoziato duro, risulta chiaro l’errore commesso dal presidente francese e dalla cancelliera tedesca di sottovalutare il significato del voto sulla Brexit, convinti che Londra avrebbe cercato un compromesso non traumatico. Eppure, soprattutto i tedeschi, dovrebbero sapere che la determinazione britannica non va presa alla leggera. Fra tre mesi, #Hollande non sarà più all’#Eliseo e il suo successore, a meno di sorprese, non sarà più disponibile a seguire la Germania. Che sia il neogollista Fillon o la nazionalista Le Pen, a Ovest del Reno ci si chiederà come mai non sia stata proprio la Francia a scuotere la Ue e abbia lasciato l’iniziativa alla Gran Bretagna che adesso può contare sull’appoggio di #DonaldTrump.  
Le vedove e gli orfani di Obama, della globalizzazione e dell’europeismo guidato dalla Bce si stanno arroccando nella riedizione della “fortezza Europa” a guida tedesca che sembra però destinata a perdere pezzi a Est e a Sud a mano a mano che si consolideranno la politica di Trump e la realizzazione della Brexit. Infatti, il percorso economico-monetario scelto dalla Ue come linea-guida dell’integrazione economica, nell’errata convinzione che portasse all’integrazione politica, si è rivelato una strada senza uscita perché oggi, a venticinque anni dal Trattato di Maastricht, l’Europa è più debole e con un orizzonte più ristretto di quello che si poteva scorgere all’indomani del collasso del sistema comunista. 

L’avere assegnato il primato all’economia, ingabbiata dalla moneta unica, non poteva che avvantaggiare i più forti sul piano economico, cioè la Germania che, grazie all’euro, ha evitato una continua rivalutazione del marco e ha potuto accumulare un enorme surplus commerciale. Né i progressi sull’integrazione politica possono essere assicurati da una politica comune sull’immigrazione, che del resto non c’è. 
Dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti parte la rivincita della politica sull’economia nel significato particolare di riavvicinamento della classe politica alla volontà democraticamente espressa dagli elettori. Lo ha detto Theresa May a Davos, al World Economic Forum: va bene la globalizzazione, va bene il libero commercio, va bene il libero mercato, ma al centro delle decisioni politiche deve tornare l’attenzione per “le preoccupazioni del popolo” che non possono essere sacrificate a schemi astratti applicati da una classe tecnocratica di non eletti. Evidente la polemica con la logica tecnocratica che è prevalsa nelle istituzioni europee. Ciò che Trump e May intendono è che, senza rinunziare ai benefici del commercio e all’economia di mercato, lo Stato – interprete della volontà politica – non può farsi cancellare da una globalizzazione che vorrebbe rispettare solo le regole che essa stessa elabora e che dovrebbero prevalere su quelle degli Stati. Perché questo significherebbe non solo annullare la volontà politica dei cittadini ma annullare la politica stessa, le sue regole e i suoi campi di applicazione. Sostenere che questo significa un ritorno al nazionalismo è il peggiore populismo che rischia di essere alimentato da dichiarazioni come quella del presidente francese Hollande: “L'Europa non ha bisogno di consigli dall'esterno che le dicano cosa fare", o della stessa Merkel: "Penso che noi europei abbiamo nelle nostre mani il nostro destino".  In pensieri così profondi si rischia di affondare e di dimenticare che “domani è un altro giorno”. Domani, appunto, giorno di insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.



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