Fitch boccia l'Italia: rating a BBB da BBB+ ma i conti non tornano

24 aprile 2017 ore 15:13, Luca Lippi
Padoan da Washington fa sapere che l'Italia sta crescendo "ma non abbastanza", nel frattempo Fitch ha bocciato il nostro Paese portandone il rating a "BBB" da "BBB+", due gradini sopra il livello speculativo, con outlook "stabile".  All'agenzia di rating non è piaciuta la storia fatta di "crescita economica debole" e di stime fiscali non centrate, cosa che risulta in un "fallimento nell'abbassare il debito pubblico molto alto" lasciando il Paese "più esposto a shock potenziali avversi". A ciò si aggiunge un "aumento dei rischi politici" e la "debolezza del settore bancario", che ha portato all'intervento pubblico di tre banche dal dicembre 2016 (Mps, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e che va ad aggiungersi ai rischi al ribasso per l'economia e le finanze pubbliche. 
L'outlook associato a questo comparto è "negativo", principalmente per via delle sfide nella riduzione dei crediti deteriorati (Npl). 
Fitch non è tenera, ma arriva comunque con 4 anni di ritardo: "L'Italia non ha raggiunto ripetutamente i target legati al rapporto debito/Pil, che è salito del 9,5% nel 2016 al 132,6%. Si tratta di un dato che è l'11,2% più alto del programma di stabilità del 2013", l'anno in cui l'agenzia di rating aveva bocciato il nostro Paese a "BBB+". Quel dato, si legge nel rapporto, si confronta con un 41,5% della media dei Paesi con un rating pari a "BBB". Fitch stima che il debito pubblico italiano raggiunga un picco al 132,7% del Pil nel 2017 scendendo "solo gradualmente" al 129,3% nel 2020. 
Secondo il Fondo monetario internazionale, quest'anno salirà al 132,8% per poi scendere al 131,6% nel 2018 e portarsi al 121,3% nel 2022. Il Documento di economia e finanza (Def), approvato dal Consiglio dei ministri l'11 aprile 2017, stima un debito/Pil al 132,5% nel 2017 e al 131% nel 2018. 
Fitch boccia l'Italia: rating a BBB da BBB+ ma i conti non tornano
Perché Fitch arriva con 4 anni di ritardo? Già a luglio 2013, Standard & Poor’s ha tagliato il rating dell’Italia da BBB+ a BBB, giusto un gradino sopra i titoli spazzatura. Inutile ricordare che già nel 2013 gli italiani credevano di dover tirare la cinghia sperando in una ricompensa del sacrificio. Le agenzie di rating intervengono sempre a ridosso delle crisi di governo, bel ‘mestiere’ il loro! Le previsioni all’epoca di Standard & Poor’s per gli anni a venire (ricordiamo che era il luglio del 2013) erano negative (ce ne siamo accorti!) , soprattutto se ci fossimo azzardati a eliminare l’Imu come fu proposto da metà del governo e più volte promesso dal premier dell’epoca Enrico Letta. 
L’analisi dell’agenzia era un bollettino di guerra:L’economia italiana si contrarrà quest’anno dell’1,9%”, il debito salirà ancora mentre il Pil pro capite per il 2013 sarà pari a 25 mila euro, “al di sotto dei livelli del 2007”. S&P senza alcun imbarazzo puntò il dito contro l’esecutivo, il cui “differente approccio” metteva a rischio “gli obiettivi di bilancio per l’anno corrente” (sempre il 2013). Il riferimento era chiaramente alla sospensione all’Imu sulla prima casa, agli sconti per le aziende e al rinvio dell’aumento dell’Iva, misure che dovevano servire a riattivare un’economia in stato comatoso e a far ripartire i consumi delle famiglie. Il presidente del Consiglio Letta commentò la notizia con una dichiarazione estremamente prudente, che però tradiva la tentazione di sfruttare l’allarme per ripensare l’eliminazione dell’Imu, misura della quale Letta non è mai stato convinto. “L’Italia resta vigilato speciale, perché la situazione è complessa, chi non lo ha capito si sbaglia di grosso”, commentava Letta rivolgendosi ai suoi partner nell’esecutivo desiderosi di allentare la stretta dell’austerità. 
La raccomandazione di S&P a chiosa del comunicato era di proseguire lungo la strada della diminuzione del deficit ma allo stesso tempo giustificando downgrading con il crollo del Pil, causato proprio dalle politiche di austerity, una raccomandazione a dir poco contraddittoria, motivo per cui l’uscita dell’agenzia era già all’epoca da considerare il solito colpo sparato in aria (intimidatorio). 
Non volendo criticare S&P in prima persona, Letta lasciava svolgere al ministro dell’Economia Saccomanni il ruolo dell’indignato:La decisione appare basata sull’estrapolazione meccanica di dati e della situazione del passato” spiegava il titolare del Tesoro “con minima o nulla considerazione per le misure già prese o in corso di attuazione”. Era sempre il 2013 e Saccomanni giudicò in nome e per conto di Letta che le previsioni sul futuro risulterebbero poco attendibili, in quanto basate esclusivamente “sugli scenari peggiori”. Saccomanni lancià, poi, l’attacco finale sul ruolo stesso delle agenzie, che con i loro attacchi di panico potrebbero facilitare “effetti prociclici e destabilizzanti”. Tradotto: potrebbero provocare una crisi del debito che in assenza di tali allarmismi non si verificherebbe mai. 
Ancor più aggressivo fu Renato Schifani, capogruppo al Senato del Pdl, il quale rilanciava l’accusa di spazzatura all’analisi pubblicata: “Standard&Poor's non è il Vangelo, ha sbagliato in altre occasioni e anche stavolta lo fa”. Schifani era visibilemnte preoccupato dalle dichiarazioni di Letta che aveva dato l’impressione di subire la pressione dell’Unione Europea per cambiare idea sui piani di politica economica, Schifani fu categorico: “Come nel caso del Fondo monetario internazionale, non sarà la decisione di Standard&Poor's a impedire l'abolizione dell'Imu sulla prima casa e lo stop definitivo al punto in più di Iva. Si tratta di due provvedimenti necessari e irrinunciabili per aiutare la ripresa”. 
E ancora Fitch arriva ultima dopo che a gennaio ultimo scorso, (era rimasta l’ultima a non aver partecipato al banchetto della sparatoria intimidatoria) Dbrs, fra le varie agenzie di rating, aveva lasciato il nostro Paese nella classe di merito più alta. A gennaio dunque il debito sovrano italiano perde l'ultima A (ma l’aveva già persa nel 2013). L'agenzia canadese, la più piccola a livello internazionale, optò per il downgrade di un gradino del rating dell'Italia portandolo da A a BBB. A gennaio Fitch, Moody's e S&P, valutavano rispettivamente l’Italia rispettivamente BBB+, Baa2 e BBB-.
A gennaio, pesavano innanzitutto l'incertezza sul futuro politico italiano dopo la bocciatura delle riforme costituzionali al referendum di dicembre e la caduta del governo Renzi. Il giudizio apparve un assist all'ex premier, certo la qualità dell’agenzia non rendeva meroto alle mire dell’ex premier. Sul downgrade di gennaio pesava "la persistente debolezza del sistema bancario, in un periodo di crescita fragile". Nonostante i piani di sostegno del settore bancario, osservava Dbrs, il livello di crediti deteriorati rimane "molto elevato", tale da "compromettere la capacità del settore bancario di agire come intermediario finanziario per sostenere l'economia. In questo contesto, la bassa crescita ha comportato ritardi persistenti nella riduzione del debito, lasciando il Paese più esposto agli shock". 
Dal Tesoro subito partirono i pompieri: il taglio, dissero, non avrà impatti rilevanti sulla spesa per interessi sul debito pubblico. Qualche effetto potrebbe farsi sentire sui Bot, in compenso. Penalizzate anche le banche, già particolarmente sotto pressione. La perdita dell'ultima A comporta infatti la perdita della prima classe anche nei rapporti con la Bce. Chiedendo un prestito a Francoforte, gli istituti di credito devono infatti fornire delle garanzie, che possono essere ad esempio i titoli di Stato. Ma in concreto era già e lo è anche ora, così!
Arriviamo ad oggi, e la replica di Padoan allo schiaffo di Fitch è: “Il debito scende
Il ministro dell’Economia interviene dopo l’abbassamento del rating dell’Italia: Inaccettabile l’uso del termine fallimento. L’orizzonte del governo è la scadenza naturale. Non c’è nulla di nuovo dal punto di vista economico”. Quindi l’inrevento di Fitch è un tentativo di gambizzazione dell’esecutivo?
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan prova a circoscrivere il giudizio di Fitch, l’agenzia che venerdì 21 aprile ha tagliato il rating sull’Italia: “A me sembra che non ci sia nulla di nuovo dal punto di vista economico. Il taglio sembra più legato ai rischi politici”, infatti, è quello che sospettano tutti. Ma poi si fa notare che Fitch cita “il fallimento” del governo nel processo di riduzione del debito. E allora il ministro usa parole più secche: “Non accetto la parola fallimento, mi sembra totalmente fuori luogo. Il debito si è stabilizzato e sta iniziando a scendere, anche se mi piacerebbe vedere un calo più rapido”. Su questo il tempo sarà galantuomo! 
Padoan riferisce che non è prevista alcuna riunione di emergenza dell’Eurogruppo. Visco osserva che “la Bce ha gli strumenti per intervenire in caso di tensioni sulla liquidità”, aggiungendo che “il problema è più di lungo termine, più prospettico: bisognerà vedere che cosa succederà sugli spread e così via, ma è una questione che trascende gli interventi monetari”.
L’Italia, dunque, è tra i Paesi più esposti ai contraccolpi finanziari del voto francese (che nella sostanza non ci sono stati) e poi quello tedesco. Alle inquietudini legate a Parigi si sommano quelle interne. Il giudizio di Fitch chiama in causa l’instabilità della maggioranza parlamentare, dopo il referendum del 4 dicembre scorso (copioni). 
Padoan ha incontrato a New York i grandi investitori americani. Un giro di importanza cruciale: il 31% del debito italiano con scadenza a breve termine è in mani straniere. 
E’ probabile che anche i Fondi di investimento americani solleveranno tre questioni. Primo: quanto dura questo governo? Matteo Renzi continuerà a sostenerlo? “Per quanto mi riguarda l’orizzonte del governo è la scadenza naturale. Non commento i commenti dei commentatori”, risponde Padoan. 
Secondo: quali sono i piani per accelerare il ritmo di crescita, che è al momento il più basso nella zona euro? “Il processo di riforme va avanti. Ci vorrà tempo per vedere i risultati, ma per il 2018-2019 mi aspetto un’economia più forte. Chi sarà al governo allora beneficerà del nostro lavoro”. 
Terzo e ultimo: quanto è solido il sistema bancario? “Il sistema è sulla via di una ripresa costante”, dice Padoan, con un’aggiunta del governatore Visco: “Le sofferenze nette sono pari a 15-20 miliardi di euro. Non esiste un rischio sistemico, anche se le banche devono ancora lavorare per migliorare servizi e redditività”.
In conclusione, siamo nel mezzo di una serie di tentativi da parte della Finanza (più o meno qualificata) di incidere sulle decisioni politiche così come accade ormai sfacciatamente dal 2011, è “l’ultraliberismo bellezza”. Per tutto il resto, si procede speditamente nel solito moderato disordine.

#Fitch #Rating #Padoan #icontinontornano
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...