Venezuela, Maduro per sempre al potere con la nuova assemblea costituente

31 luglio 2017 ore 11:32, intelligo
In quasi un secolo di endemica instabilità l’America latina ci ha abituato a qualunque tipo di rivoluzione, ma l’autogolpe ancora dovevamo vederlo. Autore di questa invenzione politica è il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, che con il voto del 31 luglio ha fatto eleggere un’assemblea costituente per spazzare il vecchio sistema (fondato nel 2000 dalla precedente Costituzione del suo mentore Hugo Chavez) e ricominciare da capo. Di solito queste cose le fanno le opposizioni alla fine di un conflitto, per cancellare il vecchio regime. Ma a Caracas è il vecchio regime che vuole cancellarsi, per ricostruirsi più forte e autoritario di prima.
La nuova assemblea, composta di 545 membri, sarà completamente fedele a Maduro, anche perché i partiti di opposizione hanno rifiutato di presentare loro candidati, continuando invece a chiedere di anticipare le elezioni presidenziali. 
Da questo stravolgimento Maduro spera di ottenere due risultati, uno a lungo e uno a breve termine. Il primo, ovvio, è scrivere una nuova carta fondamentale che dia ancor più potere al presidente in carica, e magari riduca le prerogative dei poteri che sono ancora formalmente indipendenti, come il Parlamento – attualmente guidato dall’opposizione – e la Corte costituzionale. È già stato annunciato che con la nuova assemblea i parlamentari perderanno l’immunità: lo ha ricordato anche Cilia Flores, moglie di Maduro e nuovo membro dell’assemblea: “Creeremo una commissione per punire chiunque si sia reso responsabile di disordini politici. Pagheranno e impareranno la lezione”.

Venezuela, Maduro per sempre al potere con la nuova assemblea costituente
Ma l’obiettivo vitale è il secondo: restare al potere
. La nuova assemblea infatti non ha un mandato temporaneo; sarà in carica per un tempo indefinito, finché la Costituzione non sarà pronta. Nel frattempo non ci saranno nuove elezioni, e Maduro potrà restare al potere senza doversi confrontare con un elettorato inferocito per la mancanza di cibo, medicine e altri generi fondamentali.
Sì, perché questo Paese che dovrebbe essere ricchissimo, potendo contare su riserve di greggio superiori a quelle dell’Arabia Saudita, è alla bancarotta. In un’economia che ricava il 95% delle entrate da esportazioni dal petrolio l’abbassamento dei prezzi al barile ha reso insostenibile la spesa sociale sulla quale Chavez aveva fondato il suo consenso nei primi anni 2000, facendo perdere a Maduro l’appoggio degli strati più poveri della popolazione.
Fare la spesa significa ormai mettersi in coda per sei, sette ore e al momento di entrare nel supermercato trovare sugli scaffali solo carta da forno quando in casa manca anche il pane. Col suo carisma Chavez sarebbe stato forse in grado di convincere i compatrioti a sopportare le privazioni: Maduro ha provato a imitare il suo stile dando la colpa della crisi economica a non meglio precisati potentati finanziari che vorrebbero controllare il paese e alla stampa che instilla un clima di pessimismo, ma al presidente attuale manca la capacità di empatia che rendeva il suo predecessore così amato dalla gente. La quale, stanca e affamata, ha cominciato a scendere in piazza inscenando proteste che si sono presto trasformate in scontri, perché le forze di polizia hanno l’ordine di disperdere qualunque manifestazione contro il governo. Secondo il New York Times da aprile 120 persone sono rimaste uccise da proiettili vaganti, gas lacrimogeni e pestaggi.
Per ora gli agenti obbediscono agli ordini, ma anche loro rappresentano una categoria colpita dalla crisi e non è detto che non decidano di passare dalla parte dei manifestanti. Anche in caso di un loro voltafaccia Maduro sa di poter contare sull’appoggio dell’esercito, che si considera parte integrante del sistema di potere costruito negli ultimi vent’anni. Non va dimenticato che Chavez era un militare e che i suoi uomini di fiducia sono sempre stati generali e colonnelli, non certo sindacalisti e intellettuali.
Altri alleati non se ne vedono. I paesi confinanti sono sempre più compatti nel criticare la gestione violenta della crisi, soprattutto perché i venezuelani in fuga da fame e disordini stanno creando una specie di emergenza rifugiati in Colombia, Brasile, persino nella poverissima Guyana.
 Sembra paradossale, ma in questi giorni l’unico vero amico di Maduro sono gli Stati Uniti: continuando a comprare la metà del greggio prodotto dal Venezuela, Washington sta letteralmente tenendo in piedi il governo il Caracas. Se dovesse imporre delle sanzioni e bloccare l’acquisto di petrolio – e potrebbe farlo, perché gli USA hanno riserve di shale oil un po’ costose a estrarsi ma praticamente infinite – Maduro farebbe di sicuro una brutta fine, finendo forse abbandonato persino dall’esercito. Ma l’America non ha nessuna intenzione di gestire il caos che ne seguirebbe, e per ora preferisce mantenere lo status quo nella speranza che la situazione non degeneri. Un film già visto.
In effetti la parabola di Maduro ricorda da vicino quella di tanti governi autoritari in Sud America: un forte consenso popolare all’inizio, una sempre più marcata personalizzazione del potere con la cooptazione di amici e parenti al vertice dello Stato, un crollo nei consensi dovuto all’implodere di un sistema economico basato su una spesa incontrollata. Spesso, ma non sempre, l’ultimo atto è la caduta rovinosa del caudillo di turno. Maduro spera di evitare questo epilogo trasformando il Venezuela una seconda Cuba, dove una popolazione ormai disincantata e delusa dalle promesse rivoluzionarie impari a convivere con i capricci di un governo autoritario. Almeno fino al prossimo rialzo del prezzo del petrolio.

di Alfonso Francia

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