Bruxelles e le bad bank nazionali: non faranno ripartire le economie. Ecco perché

11 luglio 2017 ore 19:24, Luca Lippi
Come riporta il Corriere della Sera, su proposta dell’Ecofin si starebbe varando un progetto per risolvere il problema dei crediti deteriorati (Npl) degli istituti europei, calcolati in 1.200 miliardi di euro, di cui 350 miliardi relativi agli istituti italiani. 
Il piano contemplerebbe anche la richiesta alla Commissione Europea di valutareun progetto su come regolare una bad bank”. Quest’ultima sarà determinante, perché al suo interno opera la direzione generale Concorrenza che regola gli aiuti di Stato. 
La Commissione, da mesi infatti, sta dando una mano all’Italia proprio sul tema della bad bank. In particolare, il Corriere della Sera ha evidenziato che “a Bruxelles oggi si accetta che una bad bank finanziata con intervento del governo possa acquistare crediti deteriorati al loro valore economico reale e non al prezzo di mercato”, riducendo le perdite per le banche che cedono i crediti.
Bruxelles e le bad bank nazionali: non faranno ripartire le economie. Ecco perché
 
Ma andiamo al punto: serve una bad bank? La costituzione di una bad bank di per sé potrebbe essere un buon modo per far ripartire il ciclo del credito. Tuttavia, se da un lato emerge la possibilità per le banche europee di disfarsi a prezzi sussidiati di una pesante zavorra, contribuendo a guardare con meno preoccupazione al futuro ed ai prossimi aumenti di capitale, dall’altro, non si capisce perché le banche, una volta alleggerite, dovrebbero poi necessariamente riaprire i rubinetti del credito a debitori con dubbia capacità di rimborsare. Normalmente, non è facilissimo valutare il merito creditizio, soprattutto la sua durata, quindi data la difficoltà determinata dalla crisi che non intende allentare la sua morsa, la possibilità che nel medio-lungo termine possa generarsi un’altra ondata di Npl non è così campata in aria.
Dunque, i problemi da risolvere nell’immediato sono necessariamente due: 1) quello di giustificare risorse per coprire i prezzi sussidiati che la bad bank obbligatoriamente implica; 2) come far ripartire un circolo virtuoso (e non vizioso) del credito.

Perché si costituisce una Bad Bank? La principale ragione per la costituzione di tali strutture è proprio quella di contribuire a ridurre la differenza tra i valori di carico ai cui le banche, spesso venditrici obbligate, avevano a bilancio le posizioni e il prezzo riconosciuto dal mercato e, di conseguenza, a lenire, almeno parzialmente le perdite sulle cessioni delle sofferenze. La logica delle Bad Banks è, d’altra parte quella di ‘parcheggiare’ i debiti inesigibili in una entità diversa e separata, in attesa di tempi migliori, intendendo con ciò un miglioramento dei prezzi di mercato vigenti o di quelli impliciti degli assets sottostanti, nel caso di crediti garantiti da beni reali. Nella sostanza, e qualcuno potrebbe eccepire (ma ha poca importanza perché la matematica non è mai un’opinione), la Bad Bank altro non è che un sussidio, neanche troppo implicito, che il sistema garantisce  a chi ha sbagliato a concedere i crediti (quindi le banche stesse) e, a chi ha definito le politiche di accantonamenti che gli erogatori di credito avrebbero dovuto considerare a fronte della rischiosità dei loro impieghi (quindi sia le banche che il regolatore stesso).

I numeri. Da uno studio di Bankitalia (I tassi di recupero delle sofferenze – Note di stabilità finanziaria e vigilanza N° 7 Gennaio 2017), che a sua volta si basa sui dati della Centrale Rischi,  emerge che nel decennio 2006 – 2015 il tasso medio di recupero delle posizioni (Npl) chiuse, si sia attestato al 43%. In realtà tale valore è un mix tra un 55% per i crediti assisti da garanzie reali ed un 36% per le altre posizioni. Banca d’Italia, a dire il vero con un po’ di malizia, la stessa che ha forse accompagnato i recenti commenti sul tema del Governatore Visco, evidenzia un ampio gap tra il tasso medio di recupero e quel 23% che viene indicato come il valore che è stato riconosciuto da chi ha acquisito portafogli di Npl dalle banche. Certamente, come rileva lo studio anche con apprezzabili considerazioni tecniche, il gap è notevole ma, visto che siamo in teoria in un mercato aperto e libero, pare che nessuno si ponga il problema del perché la libera concorrenza non faccia sì che questo si vada progressivamente riducendo a causa della concorrenza. Chi ha cercato di proporsi come investitore alternativo ed a condizioni migliori (per le Banche), come il fondo Atlante, ha finito per essere esso stesso fonte di perdite e svalutazioni nei bilanci dei propri azionisti (sempre le Banche oltre che la CdP). Peraltro, se i tassi di ritorno che gli investitori oggi interessati chiedono, fossero così attraenti, non si giustificherebbe la quasi totale assenza di investitori italiani nel settore (attenzione investitori, non servicer, che è molto diverso). Visto il volume di risparmio oggi in cerca di rendimento se i prezzi a cui gli Npl possono essere acquistati fossero così interessanti, perché dunque non assistiamo al fiorire di nuovi operatori specializzati pronti a mobilitarsi per acquistare questo ben di Dio e quindi a far salire i prezzi? Siamo davvero sicuri che il mercato si sbagli e che i fondi locusta siano solo degli approfittatori? 

La bad bank non può far ripartire il circolo del credito. Il vero motivo che impedisce una ripartenza del ciclo del credito (seppure in lieve ripresa negli ultimi mesi) non è causato dalla mancanza della disponibilità a concedere nuovi prestiti, cosa che, casomai, ne sarebbe la conseguenza, ma è il frutto della scarsa competitività. Con una popolazione vecchia (che quindi consuma poco se non servizi, quali quelli sanitari e pensionistici, per lo più a carico della comunità), con un mercato del lavoro ingessato e non competitivo, con una propensione all’investimento ed all’innovazione modesta (dove in Europa si può trovare un equivalente di una Silicon Valley?), con aziende mediamente di dimensioni limitate rispetto ai competitors internazionali pare infatti difficile presentarsi agli erogatori di credito con un profilo creditizio interessante.
In questo quadro le nostre banche (ma non solo esse) hanno un grande difetto: la relativa mancanza di una visione di business di medio periodo. Detta brutalmente, esse hanno una (relativamente) scarsa capacità di guardare al proprio debitore in un’ottica industriale e di sviluppo e gestione del business. 

In conclusione. Le bad bank hanno la funzione di far ‘abbassare la temperatura’ ma non sono in grado di far ripartire le economie. Per far ripartire le economie c’è bisogno, da parte di chi detiene il Capitale (e nel vecchio continente sono le banche) di rivoluzionare il sistema di concessione del credito uscendo fuori dagli schemi meramente e superficialmente valutativi del merito creditizio ed entrare nel magico mondo della valutazione ‘fondamentale’ dell’azienda o del business per cui si chiede il finanziamento.

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autore / Luca Lippi
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