Veneto Banca e Pop. Vicenza: salvataggio sul filo di lana. Cosa succede ora

12 aprile 2017 ore 12:29, Luca Lippi
Il salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza procede spedito, ma l’obiettivo è piuttosto lontano. Inoltre bisognerà stabilire anche quanto sia utile nel medio termine. In sostanza, i passi da compiere per poter parlare di un definitivo salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza sono ancora parecchi, anche se uno spiraglio di luce è sorto dopo che la Bce ha confermato la solvibilità degli istituti allontanando lo spettro bail-in e passando il caso in Commissione.
La Bce ha dato un primo via libera alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato a favore di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il conto sarà di 6,4 miliardi e in mezzo c’è l’ostacolo delle seconde forche caudine, quelle rappresentate dalla commissaria alla Concorrenza della Commissione Ue, Margarethe Vestager. Durante una conferenza stampa di mercoledì 5 aprile, la commissaria ha detto che le due banche pesano singolarmente solo per il 2% del mercato italiano e ha insistito sulla differenza con la più grande Mps. Sono segnali che fanno alzare le antenne. Così come una frase significativa: se il processo è indietro, ha detto, è anche perché “da parte italiana, non sono completate le valutazioni su come queste due banche debbano andare avanti”. I conti, d’altra parte, vanno ancora fatti e l’entità delle rettifiche sui crediti deteriorati previste per il 2017 potrebbe essere determinante.
Veneto Banca e Pop. Vicenza: salvataggio sul filo di lana. Cosa succede ora
La Dg Competition della Commissione dovrà esprimersi in via definitiva sulla richiesta di ricapitalizzazione precauzionale avanzata da Veneto Banca e Popolare di Vicenza e sul loro fabbisogno di capitale (la Bce ha parlato di 4,6 miliardi di euro). Per Veneto Banca e Popolare di Vicenza sarà fondamentale presentare un convincente piano industriale che ovviamente avrà lo scopo di ristrutturare i due istituti e di tagliare quanto possibile.
Secondo quanto affermato da Fabrizio Viola, l’istituto nato dalla fusione tra Veneto Banca e Popolare di Vicenza avrà un obiettivo ben preciso: lo smaltimento del 100% delle sofferenze, ossia 9 miliardi cumulati, nel giro di un anno. L’operazione avrà lo scopo di ridurre il rischio creditizio ma, come ha ribadito Viola, non sarà di certo semplice. 
Tra le ultime novità su Veneto Banca e Popolare di Vicenza si segnalano ancora i nuovi licenziamenti in arrivo che hanno sorpreso quanti si aspettavano semplici uscite volontarie e pre-pensionamenti. A quanto pare il conto del salvataggio sarà più salato del previsto ora che la Bce ha dichiarato le banche venete solvibili innalzando il fabbisogno di capitale da 5 a 6,4 miliardi di euro.
Anche Viola si è espresso sul tema ed ha affermato come, nonostante si tenterà di evitare una “macelleria sociale”, i sacrifici saranno necessari e inevitabili in quanto la situazione continua ad apparire molto grave. Con un cost/income del 100%, tagliare i costi di Veneto Banca e Popolare di Vicenza è oggi una necessità. Questi tagli necessari al salvataggio, come ha ribadito Viola, avranno lo scopo di far sopravvivere le venete e non di fare maggiori utili.
Detto questo, però,  se anche tutto il processo conducesse all’esito positivo di una grande toppa statale, rimarrebbe comunque il dubbio che la nuova realtà creditizia possa replicare il modello di banca del territorio, probabilmente sarebbe solo un’agonia lenta.
La crisi di fiducia è tutta lì, dopo i danni subiti da decine di migliaia di azionisti. Tra Vicenza e Treviso chi non è stato colpito direttamente conosce almeno un amico che si è ritrovato azzerato o quasi. 
A parlare, oltre alle persone, sono i dati. C’è una fuga di depositi e un crollo del margine di intermediazione. Nella Bpvi nel 2016 le masse intermediate sono scese del 14%, ossia di 8,8 miliardi, i proventi operativi sono scesi del 31%, le commissioni nette legati ai servizi di gestione e intermediazione del 44 per cento. Peggio ancora è andata a Veneto Banca: masse intermediate giù del 17% (-12 miliardi), proventi operativi inferiori del 34%, commissioni nette del 22 per cento.
Vanno via i depositi, i cui interessi sono oggi prossimi a zero, e arriva la liquidità a pagamento. Altra liquidità è arrivata con finanziamenti presso la Bce, attraverso operazioni di funding garantito da controparti istituzionali: l’esposizione in Bce alla fine del 2016 era pari a 6,4 miliardi euro, di cui 4,7 miliardi di euro costituiti da fondi Tltro 2.
Tutto questo ci dice che la situazione oggi è grave. Poi, se da Bruxelles arriverà un ok si passerà al burden sharing: pagherebbero azionisti (cioè Atlante) e gli obbligazionisti subordinati, ma non quelli senior. Se si replicasse lo schema seguito per Mps, tra i subordinati pagherebbero solo gli investitori istituzionali, mentre quelli retail vedrebbero convertiti i propri bond in obbligazioni ordinarie. 
L’incendio potrebbe spegnersi è potrebbe tornare la fiducia? 
Se il marchio rimanesse lo stesso, sicuramente no. Se, dopo la fusione tra Veneto Banca e Vicenza, si andasse verso un rebranding, un piccolo effetto psicologico potrebbe avere luogo (chi oggi associa il nome Widiba ai guai di Mps, di cui è la banca online?), ma sarebbe limitato a chi ha la memoria corta. 
Molti però vedono come unica soluzione una strada più drastica: il passaggio, direttamente, a un modello di banca Fintech. Significa cambiare praticamente tutto: mettere al centro non più le filiali ma i processi automatizzati e l’infrastruttura cloud, con tutte le declinazioni del caso (l’analisi di big data, l’uso di roboadvisor eccetera). Come ha mostrato una recente analisi di Accenture Finance, un percorso possibile è quello che prevede, tra la banca tradizionale e il modello “digital first”, una fase intermedia da “digital switcher”, con costi operativi che si tagliano del 25% e non del 50% per il mantenimento di più filiali. 
Un precedente recente è quello della Banca Popolare Lecchese, ora Banca Progetto: Banca Popolare d’Etruria l’ha venduta al fondo americano Oaktree, che ha immaginato per il piccolo operatore locale un percorso di crescita nazionale, senza filiali e con 150 dipendenti e 300 consulenti. In quel caso le filiali da chiudere furono solo cinque. Nel caso delle due banche venete si tratterebbe di mettere in risoluzione la società, venderne pezzi, gestire esuberi altissimi. Non un passo semplice, politicamente incandescente. La gente si deve dimenticare di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, al suo posto deve nascere una banca efficiente e con una storia nuova.
Il giudizio si potrà dare conoscendo i piani di riorganizzazione (piano industriale). La chiusura di sportelli potrebbe essere più alta che per Mps. Bisogna considerare a fronte dei tagli quali investimenti saranno previsti: servono soldi per lo smaltimento della rete, per gestire gli esuberi, per cambiare i sistemi informativi o per passare a un modello fintech, cosa che implica acquisizioni di piattaforme per competere con realtà andate molto più avanti in questi anni. Il piano è in fase di definizione ed è stato mostrato alle autorità di vigilanza e alla Commissione europea. Nel riassunto per titoli sul bilancio 2016 di Popolare di Vicenza c’è un riferimento a un “potenziamento dei servizi di multicanalità”. 

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autore / Luca Lippi
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