Fed verso il rialzo dei tassi, ma dal 2017 decide Trump

14 dicembre 2016 ore 16:18, Luca Lippi
È l’ultimo giro delle banche centrali, le riunioni periodiche si trascinano alla chiusura dell’anno. Già consumata l’ultima audizione di Mario Draghi e della sua Bce durante la quale ha messo sul tavolo il colpo di teatro di un Qu più lungo ma meno corposo, e poi l’avvertimento che col prossimo anno terminano tutti gli aiuti perché è il momento che l’Europa economica cammini con le sue gambe o decida di darsi una riorganizzata.
In serata comincerà, invece l’ultima rappresentazione della Fed e chissà se anche quella della Yellen (nemica del neo presidente americano Trump). Stasera ci sarà un aumento dei tassi Usa, ma sarà un aumento di forma, esiziale, appena percettibile, perché dopo tanto lavoro per sistemare la situazione finanziaria Usa( e degli americani) non si può vanificare tutto, a meno che non ci sia una strategia di rilancio di grandi opere, che nei fatti è quella che ha in programma Trump.
Dopo la Fed sarà la volta della BoE e della Banca Nazionale Svizzera, presumibilmente determinati a lasciare le cose come stanno.
Tornando alla Fed, la strategia della banca centrale Usa fino ad ora è stata quella di sistemare un disastro. Sin dalla metà degli anni novanta, la classe media americana aveva azzerato il tasso di risparmio, mentre la crescita dei consumi e del benessere veniva trainata esclusivamente dalle spese finanziate con le carte di credito e dai mutui, spesso sub-prime. 
Fu il progressivo rialzo dei tassi, deciso per frenare la bolla immobiliare, a mandare in fallimento milioni di famiglie (tassi alti guadagna chi ha crediti ma fallisce chi ha debiti).

Fed verso il rialzo dei tassi, ma dal 2017 decide Trump

Dopo la crisi, c’è stata la ripresa, con una veloce riduzione del debito delle famiglie ed un consistente aumento del loro risparmio precauzionale, ma in un contesto non più drogato né dal mercato immobiliare, né dal credito al consumo. 
Le famiglie americane hanno dovuto contare solo sugli stipendi, e sui salari. Ma anche questi sono stati fortemente ridimensionati, insieme ai benefici assistenziali e previdenziali di cui beneficiavano in passato: i sindacati americani, nei pochi settori dove ancora hanno resistito, si sono dovuti sedere al tavolo delle trattative, ed accettare consistenti tagli in cambio del mantenimento dei posti di lavoro e di nuove assunzioni.
Il lavoro stesso si è trasformato, con conseguenze vistose soprattutto in una società eccezionalmente dinamica come quella americana: se, per un verso, quello dei blue collar (operai) viene spostato verso i Paesi dove costa meno; dall’altro quello dei white collar (terziario) diviene sempre più evanescente, essendo assorbito dalla cristallizzazione nei sistemi informatici della capacità di elaborazione, della attività decisionale, della conoscenza della realtà e della memoria. 
La middle class è stata l’ossatura sociale su cui si fondava la seconda rivoluzione industriale: incorporava conoscenze, capacità, funzioni produttive: dopo la crisi del 2008, caratterizzata dagli esiti della globalizzazione e della informatizzazione nei servizi, la classe media si è dapprima impoverita e precarizzata, ed ora si ribella (l’anomala elezione di Trump).
Dal punto di vista economico, se Trump userà la leva fiscale per stimolare l'economia (come peraltro desiderato dalle banche centrali), significa che farà nuovo debito. Di conseguenza, alcuni settori dell'economia (es infrastrutture, costruzioni, difesa) godranno dei benefici derivanti dalla maggiore spesa. 
Tuttavia questo penalizzerà i titoli di stato, proprio per via di maggiori emissioni di nuovo debito e per il deterioramento del quadro fiscale che potrebbe derivarne. 
Inoltre, tenuto conto che l'economia Usa è vicina alla piena occupazione, questo genererà spinte inflazionistiche. Ne consegue che la Federal Reserve potrebbe essere costretta ad essere più incisiva nel rialzo dei tassi, e quindi il futuro della Yellen alla Fed è decisamente il pensionamento.
Detto questo, la Yellen manterrà la promessa ma non farà nulla per facilitare i piani di Trump, sarà un rialzo decisamente ininfluente.
Importanti invece saranno le proiezioni economiche per l'economia a stelle e strisce, che incideranno sulle aspettative per il 2017. Attualmente gli analisti si attendono circa 2 rialzi del costo del denaro il prossimo anno. 
Ma la politica monetaria degli Stati Uniti nel 2017 potrebbe essere assai più aggressiva, condizionata dai progetti dell’amministrazione Trump, in particolare dal mix di allentamento fiscale e politiche protezionistiche, che potrebbe impattere sull'inflazione e la crescita degli Stati Uniti. 
Senza contare che già a partire dai prossimi mesi il Fomc, il braccio operativo della Fed, cambierà asset. Da qui si prevede la stura ad una ‘normalizzazione’ dei tassi di breve termine, e gi Usa trascineranno tutte le altre banche centrali che non potranno rimanere a guardare.
Il prossimo anni vedremo chi ha creato una bolla e chi avrà costruito con lacrime e sangue per stratificare la crescita. 

autore / Luca Lippi
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