Allarme Istat: 11,9% delle famiglie sono povere e giovani senza lavoro

19 aprile 2017 ore 19:57, Luca Lippi
L’Istat traccia un’area di crisi che tiene dentro l'11,9% della popolazione, oltre 7,2 milioni di persone, che vivono in stato di “grave deprivazione materiale” e “sperimentano sintomi di disagio”. Tutto questo “nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie”. È quanto emerge dalle dichiarazioni di Roberto Monducci, direttore del dipartimento per la produzione statistica dell'Istat, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Questo il quadro della situazione sociale che al momento è stato tracciato da una crisi che non vuole lasciare il Paese. Sono solamente i dati provvisori del 2016 e sono sostanzialmente in linea con quelli del 2015; ne segue che non si intravedono miglioramenti. Inoltre “serve uno scatto dell'economia per centrare gli obiettivi di crescita del Pil previsti dal governo per il 2017”, cioè un più 1,1%. 

Allarme Istat: 11,9% delle famiglie sono povere e giovani senza lavoro
Un’altra delusione però si staglia all’orizzonte, perché gli obiettivi di crescita sono altri. Proprio ieri, si è aggiunto il Fondo Monetario Internazionale che ha tagliato le stime di crescita sull'Italia: L’Italia veste la maglia nera in Europa con la crescita più bassa del Vecchio continente, superata finanche dalla cenerentola ellenica. Sul piano globale la congiuntura economica mostra un po’ più di spinta, sebbene all’orizzonte permangano rischi eterogenei tra i quali lo spettro di una guerra commerciale”. È questa l’istantanea scattata nel World Economic Outlook (Weo), il rapporto del Fondo monetario internazionale pubblicato in occasione degli incontri primaverili congiunti con la Banca mondiale. Un’istantanea che condanna l’Italia in ultima posizione non solo in Eurozona ma anche nell’Unione, con il Pil a +0,8% per il 2017 e il 2018 rispetto allo 0,9% del 2016. 


Ma proseguendo nell’analisi fatta da Monducci dell’Istat, tra il 2015 e il 2016
l’indice di grave deprivazione” peggiora per gli anziani (over 65), passando dall’8,4 all’11,6%, e per chi vive in famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione, aumentando dal 32,1 al 35,8%. Un quadro non proprio positivo nonostante gli sforzi del governo, che “ha messo in campo una serie di provvedimenti importantissimi per la lotta alla povertà”. Ovviamente, a fare la differenza è il lavoro, la cui mancanza non può che registrare percentuali in progressivo peggioramento delle situazioni generali. Denuncia Monducci: “un mercato ancora sfavorevole per la fascia di età 25-34 anni”, per gli under 35 trovare lavoro in Italia è sempre più complicato. “Nel primo trimestre abbiamo una forte turbolenza sul piano produttivo”, quindi “potremmo avere un problema nel primo trimestre ma lo scenario in corso d'anno è positivo” e rende “plausibile” la “progressiva accelerazione” per raggiungere l'obiettivo di crescita del pil dell'1,1% auspicato dal governo.


“I dati longitudinali della rilevazione sulle forze di lavoro consentono di effettuare un'analisi delle transizioni verso l'occupazione degli individui disoccupati a un anno di distanza”, spiega ancora Monducci: “L'esercizio è stato realizzato per i 25-34enni confrontando i tassi di permanenza e transizioni osservati tra il quarto trimestre 2015 e il quarto trimestre 2016 con quelli degli analoghi periodi dei due anni precedenti”. Viene fuori che “il 21,2% dei 25-34enni disoccupati nel quarto trimestre del 2015 è occupato un anno dopo, il 43,8% risulta ancora disoccupato e il 35% inattivo. La quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo è più bassa sia rispetto a quella registrata nello stesso periodo dell'anno precedente (27,9%) sia di due anni prima (24,4%)”.
Più in generale, si conferma la fotografia scattata dall’Istat a dicembre, quando il 28,7% della popolazione, pari a 17,5 milioni di individui, comprende chi vive sotto la soglia minima di reddito, chi lavora solo pochi giorni l’anno e chi si trova a dovere rinunciare a spese essenziali. La rilevazione faceva fede sulla situazione del 2016.


A soffrire di più è il Mezzogiorno,
dove il fenomeno coinvolge il 46,4% dei residenti, quasi uno su due. Un valore in rialzo a confronto con il 2014 e notevolmente superiore alla media nazionale. Un’Italia che apparirebbe spaccata quindi, tanto più se si va a vedere nel dettaglio (dal Nord al Sud, ci sono oltre quaranta punti di differenza). 
Il trasferimento allora potrebbe essere la soluzione? Esattamente come succedeva negli anni 70 proprio no, perché gli spazi non sono grandi e le prospettive non sono di sviluppo (o almeno, l’incertezza è superiore alle capacità imprenditoriali di programmare uno sviluppo da costruire sulla crescita). E allora i trasferimenti in cerca di lavoro si compiono oltre confine, l’Istat ha certificato che il numero degli emigranti ha superato le centomila unità (+15% sul 2014), con meta preferita il Regno Unito, mentre il tasso di mobilità interna è ai minimi da dodici anni. L’aumento del tasso di povertà è dunque causato dalla crescita che è troppo lenta e a tratti inesistente, contestualmente cresce il numero delle persone che è costretta a barcamenarsi con un budget sempre più risicato.
Il 19,9% della popolazione vive con un budget di 9.508 euro annui, la cosiddetta soglia a rischio povertà. L’allarme lanciato dall’Istat a dicembre è stato che il livello è al massimo da almeno undici anni. Oggi Monducci sostanzialmente conferma questa china.
In conclusione, gli obiettivi della strategia 2020 della Ue sembrano sempre più lontani: per centrare il target bisognerebbe portare fuori dalla povertà e dell’esclusione sociale ben 4,5 milioni di persone.


C’è da considerare che all’interno di una famiglia, basta il venire meno di un reddito per dimezzare e ridurre drasticamente la capacità di sopravvivenza, di sicuro i conti non tornano nell’immediato per quanto riguarda un aumento dei contratti di lavoro se questo non serve a stabilizzare la sopravvivenza delle famiglie. È evidente che un dato esclude la veridicità dell’altro, in più, il tasso di natalità sempre più contratto a causa dell’impossibilità di fare progetti da parte di una giovane famiglia, comporta una visione futura piuttosto negativa riguardo lo sviluppo sociale armonico dei prossimi anni.

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autore / Luca Lippi
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