Fallito il piano di Padoan per le Banche venete. Ora è bail-in

19 giugno 2017 ore 15:41, Luca Lippi
Qual è il ‘salvataggio’ scelto per le Banche venete? Il salvataggio di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza sta prendendo forma e (parola di Padoan) senza ricorso al bail-in. in concreto però, ad oggi il piano A è fallito! Il Ministro dell’Economia come già più volte ribadito dallo stesso, rassicurava che le interlocuzioni con le istituzioni europee, sul caso Banche Venete, “sono incoraggianti”. Il ministro era determinato a far passare un messaggio rassicurante, e data l’insistenza c’era da credergli.

Conferme anche da Bruxelles - Anche da Bruxelles era giunta la conferma che era ormai prossimo lo sblocco della situazione con il via libera al salvataggio. Il servizio del Portavoce della Commissione europea aveva nl frattempo confermato le assicurazioni date in una nota dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, riguardo alla soluzione in vista per le due banche venete in crisi che, con l’accordo di Bruxelles, usando il meccanismo del “burden sharing” non avrebbe comportato perdite per i detentori di obbligazioni senior e per i depositanti.
Fallito il piano di Padoan per le Banche venete. Ora è bail-in
Ha spiegato un portavoce di bruxelles - “Riguardo alla situazione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca Commissione europea, il Meccanismo di vigilanza unica bancaria e le autorità italiane stanno lavorando fianco a fianco al fine di raggiungere una soluzione per le due banche in linea con le regole UE, senza un bail-in che coinvolga gli obbligazionisti privilegiati aggiungendo che i depositanti saranno pienamente tutelati in ogni caso”. La conferma di una prossima soluzione è giunta nel giorno in cui si sono riunti i Board di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, per fare il punto della situazione.

I futuri azionisti - Unicredit era possibilista sul piano di salvataggio a spese delle banche sane, mentre il consigliere di Intesa Sanpaolo, Giovanni Costa, aveva affermato che la banca stava “seguendo il dossier con attenzione e con senso di responsabilità istituzionale”, ma ha detto che nessuna decisione è stata presa al riguardo e nulla si sa sui tempi.
La risposta è che, a dispetto delle rassicurazioni di Padoan, alla fine il bail-in ci sarà. La situazione allo stato dell’arte è che le banche italiane non sono riuscite a fare praticamente sistema, a unire le loro forze e rendere possibile una soluzione di team.

Nessuna “colletta di sistema” – tutti gli appelli sono stati rispediti al mittente, è atteso già nei prossimi giorni l’annuncio, da parte della stessa Commissione Ue, del flop del piano di ricapitalizzazione precauzionale. Niente intervento diretto dello Stato.
Quindi? – prende forma una netta divisione tra una ‘good bank’, che includerà gli asset buoni dei due istituti, dunque asset e sportelli; e una bad bank, in cui andranno a confluire gli asset non performanti, soprattutto i crediti deteriorati. Scrive La Stampa: “ ", ovvero i privati cittadini che hanno acquistato i titoli allo sportello nella convinzione di avere fra le mani prodotti sicuri.
Chi si accollerrà, tuttavia, la good bank, visto che in pochi si sono fatti avanti per manifestare il benché minimo interesse al dossier?

Intesa SanPaolo - Sempre secondo La Stampa di Torino, nell’ambito della scelta di una risoluzione ‘morbida’, che si traduca nella creazione di una good bank e una bad bank, Intesa SanPaolo prenderebbe le “nuove banche da fondere ripulite dalle sofferenze e delle cause legali”. La priorità sarebbe infatti quella di minimizzare il più possibile le conseguenze sul capitale e, anche, di “non intaccare la politica di dividendi che finora ha caratterizzato la gestione dell’Ad Carlo Messina. dividendi”.
Una eventuale iniziativa avrebbe inoltre come elemento imprescindibile il “burden sharing”, ovvero l’azzeramento delle azioni e dei bond subordinati”.
Sembrerebbe esclusa a priori una acquisizione in stile spagnolo (riferimento al recente salvataggio della spagnola Banco Popular da parte di Santandar). In questo caso, infatti, Intesa SanPaolo dovrebbe dare il via a una operazione di aumento di capitale non indifferente, visto che l’ammanco di capitale, secondo la Bce, sarebbe di 6,4 miliardi di euro.

In conclusione – i requisiti minimi per l’intervento dello Stato non ci sono mai stati, le due Banche venete sono talmente piccole in confronto al sistema che il rifiuto del sistema stesso fa capire quanto sia inutile ogni intervento. In ogni caso, prima di qualunque  intervento gli stakeholder devono farsi carico di tutte le perdite previste e prevedibili, ovvero:
-Una valutazione ancora più prudenziale dei crediti deteriorati
-il rischio altissimo di azioni legali per il completo ristoro da parte dell’oltre 20% di azionisti che NON hanno accettato la transazione al 15%
-la situazione operativa devastata (seriamente, ce li lascereste i soldi?)
Quindi il sangue scorrerà fra azionisti attuali, obbligazionisti subordinati e forse in parte anche quelli senior.  E poi una considerazione per dare un colpo anche al cerchio: i Veneti se ne stanno ben zitti perché (almeno molti di loro) sanno benissimo di avere avuto per anni credito facile a tassi più bassi del mercato italiano (in media anche 150 punti base in meno). Ecco dove si fondava la magia del Veneto, ed ecco perché il Veneto NON si è ripreso dalla crisi e perchè la Lombardia si.
Quindi è assolutamente inutile anche la cantilena che è colpa del rigore o dei tedeschi Veneto Banca e Popolare di Vicenza sono semi-fallite ANCHE per colpa dell’Euro e della cattiva Europa, però c’è da considerare anche che non è proprio facile da far digerire ai contribuenti italiani di dover salvare certi banchieri.

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autore / Luca Lippi
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