Trump: a che punto è la sua politica economica in Usa

24 marzo 2017 ore 14:07, Luca Lippi
Facciamo il punto sulla politica economica di Trump. Negli ultimi tempi qualcuno si meraviglia dei dati relativi all’inflazione in America ma non c’è nulla di cui preoccuparsi, oltre tre quarti di quello che vi raccontano è solo effetto dei prezzi energetici, ovvero quello che nei prossimi mesi scomparirà nel nulla.
La realtà è che la produzione industriale torna vicina ai minimi dello scorso anno il risultato di tutto l’anno è ZERO!
Gli ultimi dati sono dovuti ad un rialzo annuo di oltre il 14 % della benzina, il ciclo giunge alla sua naturale fine, il resto sono chiacchiere da bar, come le revisioni del GDP NOW della Fed di Atlanta che si è già rimangiata la previsione di crescita del 3.4 % per il primo trimestre, siamo già tornati al 2,2 %.
Qualunque rintracciamento dell’indice americano sarà solo correzione e non cambio di trend, le illusioni non si spengono facilmente. La Finanza spesso si manifesta come un manicomio a cielo aperto sempre rigorosamente scollati dalla realtà, sempre e solo alla ricerca di creare speculazione anche con l’ausilio di notizie spudoratamente false.
Abbiamo appena trascorso il periodo in cui Brexit, Trump e il referendum avrebbero dovuto portarci verso la catastrofe. Tutto passato, che poi è il pregio di chi guadagna facendo l’economista, cioè il fatto che tutto è il contrario di tutto, e che le persone hanno memoria troppo corta per ricordare che la medesima persona solo qualche mese prima aveva detto il contrario di quello che potrebbe affermare oggi.
Dalla fine del mondo prospettata nel Regno Unito l’indice azionario inglese ha inanellato una corsa senza sosta dietro l’altra, facendo un record dietro l’altro, dalle elezioni americane sino ad oggi un’altra dimostrazione del fallimento dei detrattori, infine, anche il nostro modestissimo e insignificante indice è riuscito a farsi un volo a scrocco di oltre il 20% in un paio di mesi.


Trump: a che punto è la sua politica economica in Usa

Detto questo la realtà corrente della Trumpnomics qual’è?
Elenchiamo i punti del programma econimico di Donald Trump: 
-approvare un decreto fiscale per tagliare le tasse della classe media del 35%; 
-introduzione di tasse per chi delocalizza; 
-separazione bancaria, distinguendo da una parte le cosiddette banche commerciali, che svolgono attività di concessione del credito per finanziare opere pubbliche e/o private, e dall’altra banche d’affari, che perseguono l’obiettivo di fare progetti investendo sui mercati finanziari, il più delle volte investendo in titoli ad alto rischio di default; 
-dichiarare guerra commerciale alla Cina, accusata di concorrenza sleale nei confronti delle aziende americane; 
-rompere diversi accordi commerciali e trattati di scambio internazionale, ad esempio il TTIP, per citarne uno. 
Tutto questo, secondo Trump, servirebbe per far crescere l’economia americana, creare centinaia di migliaia di posti di lavoro. 
Gli annunci di Trump sono cosa nota. “Se delocalizzi in Messico (vedasi Ford) o in Canada (vedasi FCA), pagherete il 35% di tasse in più” oppure “l’Euro è uno strumento di dominazione tedesca, imporremo nei loro confronti dei dazi”. 
Queste sono soltanto alcune delle dichiarazioni del tycoon di queste ultimi mesi. Riguardando gli ultimi due punti del programma, si può notare come i cavalli di battaglia di Trump siano la “guerra commerciale” nei confronti della Cina e la rottura degli accordi commerciali, in particolare del TTIP, l’accordo di libero scambio tra USA e UE di cui si è parlato per molto tempo. 
Per quanto riguarda la questione cinese, è cosa nota che Pechino detenga nel suo portafoglio un’ingente quantità del debito pubblico americano; un matrimonio d’interesse, chiaramente, quello tra gli Stati Uniti e la Cina. Quali possibili scenari potrebbero verificarsi? 
Se gli Usa mettessero in atto questa politica stringente nei confronti della Cina, Pechino potrebbe ritrovarsi senza uno dei suoi partner commerciali più importanti, un duro contraccolpo per l’economia cinese. Tuttavia, salvo sorprese, potrebbe essere una mossa strategica messa in campo dal tycoon, che più volte ha dichiarato di voler rinegoziare il debito pubblico americano che i cinesi detengono. 
Ma perché è così importante? Immaginate se la Cina vendesse di botto tutti i titoli del debito pubblico americano: i titoli americani crollerebbero e questo comporterebbe un esborso importante in termini di interessi, un po’ come accaduto nel novembre del 2011 in Italia. 
Motivo per cui tutto questo è semplicemente una strategia. Per quanto riguarda la rottura degli accordi commerciali, anche questo discorso potrebbe avere dei risvolti molto interessanti. 
Il fatto che Trump abbia dichiarato che farà accordi con tutti gli Stati che vorranno uscire dall’UE (Regno Unito in primis, con l’Hard Brexit annunciata dal primo ministro Theresa May) e che la Brexit è un buon esempio che anche altri Stati dell’UE potrebbero/dovrebbero seguire, oltre al fatto di voler imporre dazi alla Germania, fa intuire come al tycoon l’UE stia un po’ sullo stomaco. 
Una possibile chiave di lettura potrebbe essere quella di intaccare il grande surplus di bilancia commerciale tedesco (che viola il Macroeconomic Imbalance Procedure, che prevede un tetto massimo di esportazioni pari al 6% del Pil), che di recente ha superato persino quello cinese. 

A CHE PUNTO E' LA TRUMPNOMICS
È al punto della tessitura ancora, la prima modifica all'attuale sistema dovrebbe prevedere l'esenzione dalla "corporate tax" sui dividendi pagati negli Usa da società americane che abbiano pagato le tasse nel paese. Questo disincentiverà il parcheggio degli utili nei paradisi fiscali (utili che in tal caso non potrebbero venire distribuiti), evitando la doppia imposizione, a livello societario prima e individuale poi.
Il secondo provvedimento è costituito dal Border Adjustment Taxes, destinato alla riduzione delle imposte sugli utili aziendali. L'idea alla base è stata formulata dal GOP (Grand Old Party) all'inizio della presidenza Obama.
L'obiettivo è una riduzione complessiva dal 35 al 20%: decisamente una modifica che può "fare la differenza".
In linea di massima il piano opererà su un'asimmetria impositiva:
- il costo dei beni importati non sarà detraibile come costo d'azienda;
- l'utile derivante dall'esportazione di beni e servizi non sarà imponibile.
Il combinato dell'abbassamento al 20% dell'imposta sugli utili e dell'asimmetria fiscale avrebbe i seguenti effetti diretti:
- la non detraibilità del costo dei beni importati (sarà da vedere se riguarderà tutti i paesi esteri di origine o solo alcuni, come Messico e Cina) impatterà sulle aziende e sul costo dei prodotti alla stregua di un dazio pari, appunto, al 20%;
- la non imposizione delle esportazioni rappresenterà di fatto un sussidio all'esportazione pari al 20%.
E' evidente che in questo sistema il primo dei provvedimenti ha la funzione di coprire i costi del secondo: l'ammontare complessivo è stimato in "$1 trillion", cioè mille miliardi di dollari. 
I due interventi hanno in comune la caratteristica di interessare il commercio con l'estero (anche se i flussi vanno in senso contrario), ed è questo che spiega il nome della manovra: Border Adjustment Tax.
Questa manovra si accompagna alla promozione degli interessi nazionali presso aziende e consumatori: "hire American, buy American".
L'impatto del simil-dazio sulle importazioni dovrebbe creare inflazione in quanto quasi certamente il maggior costo dei beni importati verrebbe riversato sui prezzi ai consumatori finali.
Tuttavia la speranza di Trump è quella che la maggior competitività dei prezzi all'esportazione si rifletta in una maggior richiesta di beni di produzione americana da parte degli altri paesi, e che tale aumento porti una rivalutazione del dollaro rispetto alle altre valute (per pagare beni americani occorre comperare dollari; e maggior domanda di dollari significa che il prezzo del dollaro va su).
A sua volta un dollaro più forte significherebbe che le importazioni costerebbero meno, andando ad annullare il maggior costo dei beni importati. In altre parole, tutto questo significherebbe zero effetti sull'inflazione
Allo stesso modo, la visione di Trump è che la manovra non avrebbe alcun effetto significativo sul gettito fiscale, assumendo quindi carattere neutrale in considerazione del fatto che le aliquote applicate sono le medesime.
 
TUTTO QUESTO IN TEORIA
In pratica nessuno sa cosa accadrebbe al dollaro, alle importazioni e alle esportazioni, all'inflazione, al gettito fiscale e a quant'altro. 
Tuttavia, se già gli economisti non sono concordi sulla teoria, figuriamoci se lo sono sul piano degli effetti pratici. Peggio: nel tentare di prevedere cosa potrebbe accadere al dollaro, alle importazioni e alle esportazioni, all'inflazione, al gettito fiscale e a quant'altro a tutto ciò correlato, non viene in aiuto alcun caso storico: né negli Stati Uniti, né altrove, qualcosa di simile è già stato messo in atto.
Insomma un enorme esperimento di alchimia finanziaria con esiti di potenziale enorme successo o di drammatico fallimento con ripercussioni difficilmente reversibili.
Su una cosa tutti sono concordi: nel bene o nel male questo provvedimento, se attuato come preannunciato, disegnerà nuovi scenari economici per gli Stati Uniti e per molti altri paesi.
I mercati finanziari sembrerebbero "comperare sulla carta" gli esiti della manovra.

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