Protezionismo Usa: quanto perde il made in Italy con i dazi di Trump

31 marzo 2017 ore 14:24, Luca Lippi
I dazi doganali imposti da Trump, seppure da leggere come una ritorsione nei confronti della Ue, colpirebbero inevitabilmente anche alcuni prodotti di nicchia del ‘Made in Italy’. Ora sarebbe da quantificare questo danno, e lo faremo valutando soprattutto le dichiarazioni dei diretti interessati. Ma perché i dazi allo studio dell’amministrazione Trump danneggerebbero la Piaggio e non tutti i prodotti del Made in Italy incondizionatamente? Semplicemente perché Trump sta studiando di concentrare la misura su una novantina di prodotti di provenienza Ue e non su tutto, e soprattutto perché la misura è punitiva, non è una decisione di politica economica.

PERCHÉ È UNA MISURA PUNITIVA
Come già accennato, la ‘probabile’ introduzione dei dazi commerciali sui beni di importazione europea è, secondo quanto riportato dai media internazionali, una sorta di risposta del presidente Trump al divieto di importazione di carne Usa trattata con ormoni. La contesa risale alla fine degli anni ’90; nel 2009 l’UE ha accettato un compromesso che ha limitato il divieto di importazione, ma nonostante questo molti hanno parlato di un mercato europeo non totalmente aperto all’import dagli Stati Uniti.
Le esportazioni statunitensi di carne valgono circa 6 miliardi di dollari l’anno e l’industria garantisce circa 50 mila posti di lavoro. Ecco perché il Presidente pare davvero intenzionato alla sua salvaguardia, anche con l’imposizione di dazi del 100% sui beni di importazione UE. La politica commerciale di Trump si renderà aggressiva anche nei confronti dell’Europa?

IL MOTIVO E’ SERIO E NON POPULISTA
A Washington era stato riconosciuto il diritto a mantenere le tariffe introdotte su prodotti europei in risposta al divieto alle carni perché quest’ultimo era stato considerato da WTO (World Trade Organization) una violazione alle regole di commercio internazionale. Gli Usa tuttavia avevano sospeso le tariffe in questione dopo che nel 2009 Bruxelles consentì alle carni americane non trattate con ormoni di accedere al Vecchio Continente. 
In realtà, secondo i produttori Usa, l’Europa non ha mai attuato in pieno l’apertura decisa da Bruxelles, tanto che nel 2016 l’export verso l’Europa di carni bovine americane era meno di un quarto di quello diretto in Giappone o Corea, e meno della metà di quello destinato a Canada e Messico. 

Il Congresso nel 2015 ha quindi approvato una misura che rendeva più facile all'amministrazione americana, allora guidata da Obama, di adottare tariffe come ritorsione al mancato adeguamento europeo. Assieme al congelamento di tutta una serie di trattative sul libero scambio inquadrate nel più vasto negoziato Ttip (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). Con l’arrivo di Trump le misure sanzionatorie potrebbero trovare attuazione in tempi brevi. In concreto, gli Usa non hanno torto!
Protezionismo Usa: quanto perde il made in Italy con i dazi di Trump

IL DANNO PER L’ITALIA
L’export verso l’America è uno dei più importanti per il nostro Paese, questo infatti rappresenta quasi il 10% del totale e si piazza al terzo posto assoluto dopo quelli diretti verso Germania e Francia. Secondo i dati del 2015 il controvalore economico è di 35 miliardi di euro. Ipotizzando il ripristino delle tariffe doganali esistenti all'inizio degli anni ‘90, prima della grande spinta alla globalizzazione impressa da Bill Clinton, gli economisti di Prometeia hanno stimato un danno per le nostre esportazioni pari a 800 milioni di euro, pari dunque al 2,3% delle attuali esportazioni.

Abbiamo quindi capito che sono dazi mirati e pare che il danno non si ripartirebbe in ugual misura in tutti i settori produttivi ma colpirebbe alcuni più di altri. Il ritorno dei dazi peserebbe per 345 milioni su soli 4 comparti: moda, calzature, design e food ovvero il cuore del Made in Italy. Ma è tutto da verificare.
Nella lista stilata dagli Stati Uniti con una novantina di prodotti da colpire ci sono diverse eccellenze italiane, come ad esempio le moto. L’elenco dei possibili dazi ‘punitivi’ si conclude proprio con i cicli e motocicli di cilindrata fino a 250 cc e le moto fino a 500 cc. Impossibile, quindi, non pensare alla Vespa, uno dei modelli della Piaggio di maggiore successo negli Usa e icona dell’Italian style. 
Ma la Piaggio parla di effetti limitati nel caso in cui il presidente americano Donald Trump decida di passare dalle minacce ai fatti. Ma quanto vale l’export italiano negli Usa del settore moto e motocicli? In base ai dati Sace, il peso del settore nel 2016 è stato pari a 182 milioni di euro su un totale di 37 miliardi di euro. Non è il comparto più pesante del nostro export. Solo l’automotive vale 4 miliardi di euro. Se anche dovessero imporre i dazi sulle moti di certo le vendite non si azzererebbero.

POLITICA PROTEZIONISTA?
No, il Protezionismo è un'altra cosa! E' una Politica economica diretta a difendere i prodotti nazionali contro la concorrenza straniera mediante dazi; contrapposto a liberismo. Se mai Trump avrà in agenda di sposare questa pratica non sarebbe comunque ancora il caso in questione. Nello specifico dei ‘dazi mirati’ siamo di fronte a una ritorsione, peraltro già avviata dall’amministrazione Obama, quindi sarebbe solo un inasprimento.
Se fosse una politica protezionista il ritorno dei dazi e più in generale di una politica economica iper protezionista sarebbe un boomerang per gli Usa perché a pagarne le spese sarebbe la stessa economia americana, per due motivi principali. Il primo perché anche le esportazioni a stelle e strisce verso l’Europa e gli altri mercati internazionali per ritorsione verrebbero colpite da balzelli doganali. Il secondo motivo è che negli ultimi decenni, per effetto della delocalizzazione, è cambiata radicalmente la natura del commercio internazionale. Circa il 50% delle importazioni americane riguarda ormai l’acquisto da affiliate estere di multinazionali Usa.
Inoltre, il protezionismo nelle condizioni storiche attuali non risolve niente, il nocciolo vero del problema è un altro, gli Stati Uniti hanno guadagnato miliardi dalla globalizzazione ma li hanno spesi male. Negli ultimi 30 anni anziché diffondere ricchezza nella società costruendo infrastrutture e aiutando impiegati e operai hanno finanziato ben 13 guerre che sono costate 1420 miliardi di dollari. Quindi su questo punto sarebbe più utile pensare al programma di Trump come una soluzione per uscire dalle dinamiche di politica estera per concentrare l’attenzione alla soluzione dei fatti interni. L’America ha urgenza di correggere in fretta il meccanismo di equa ridistribuzione della ricchezza prodotta che assolutamente di segno positivo.
In ogni caso, se fossero dazi protezionistici, chi avrebbe da perdere di più da questo gioco è senza dubbio la Cina e altri paesi del sud est asiatico, poi ci sono i paesi esportatori d’Europa, ovvero nell'ordine: Germania, Italia, Francia.

La storia quindi l’economia, insegna due cose sul protezionismo:
1. Dazi chiamano dazi: ovvero le barriere commerciali vengono bilanciate da altre barriere commerciali;
2. Ai dazi non sempre si risponde con i dazi,: quando i rapporti di forza lo consentono si utilizzano altri strumenti di politica estera ovvero la finanza e la guerra;
3. Da qui possiamo escludere ogni velleità di reintroduzione di una politica protezionista da parte di Trump. 

IN CONCLUSIONE
Per ora è in vigore tra Usa e Ue un memorandum d’intesa che regola la vicenda. Se Washington decidesse di 'denunciare' il memorandum, cioè di stracciarlo, resterà in vigore per altri 6 mesi. Ma al termine di questo periodo potrebbero essere applicati i super dazi. Gli Usa però non possono imporli su tutto ma, come gli è stato riconosciuto dal Wto, solo su importazioni per un valore di 116,8 milioni di dollari, pari al danno subito con il bando Ue sulle carni Usa.

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autore / Luca Lippi
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