Economia Italia: il rientro dalle ferie sarà amaro

04 agosto 2017 ore 15:32, Luca Lippi
Fin troppo facile dire che i dati sulla crescita del Pil italiano sono solo ‘aiutini’ pietosi a un moribondo, sarebbe anche corretto definirlo accanimento terapeutico, in realtà è solo una strategia per non fare esplodere la ‘bomba Italia’ prima delle elezioni tedesche. Tuttavia è facile dimostrare l’alea leggendaria delle revisioni ottimistiche sul nostro Pil semplicemente usando argomenti frutto della Scienza Economica ed è quello che andremo a fare.
La ripresa dell'economia italiana è ormai legata, grazie all'euro e al settore manifatturiero, con una cinghia di trasmissione a quella europea. La costante lenta crescita dell'economia tedesca che appare la locomotiva di quella europea si sta lentamente trasferendo a quella degli altri paesi compresi quelli più deboli mediterranei come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. 
I risultati elettorali in Olanda e Francia hanno respinto le forze populiste anti europeiste e quindi ridato respiro a classi politiche incontrovertibilmente disorientate e incapaci di guidare e governare, ma queste ci sono e queste ci dobbiamo tenere.
Economia Italia: il rientro dalle ferie sarà amaro
Osservando il recente rialzo della valuta europea, il rialzo dei tassi a dieci anni in Germania , si capisce che gli investitori internazionali compresi quelli operanti negli Stati Uniti hanno ripreso a investire in Europa dopo cinque anni di assenza. Anche le Borse registrano dati di ripresa, a partire dalla Borsa di Atene in rialzo del 28% da inizio anno, quella di Madrid del 13%, fino a quella di Milano, cresciuta del 11%.

TASSI

Il surriscaldamento dei tassi è indice di maggior richiesta d'investimenti da parte dei capitali privati che quindi nel tempo è destinato a far riprendere ordini e fatturati nei settori produttivi. Tuttavia, le Borse indicano solo l'andamento degli utili di un ristretto gruppo di società. La crisi, invece, attraversa larghi strati della società, e infatti la politica festeggia il nulla, ignorando la composizione settoriale delle varie economie e l'effettivo peso dei settori manifatturieri e produttivi sull'intera economia.
La ripresa della valuta europea, la ripresa dei mercati azionari, le positive previsioni di crescita del Pil, la ripresa dell'export sono tutti segnali molto positivi che in questo momento vanno assolutamente protetti da iniziative politiche errate (l’Italia per esempio sta facendosi cannibalizzare la grande industria dalla Francia e non si comprende l’atteggiamento mellifluo della nostra classe dirigente di fronte a questo scempio), ma anche analizzati per poter espandere questa crescita ai settori veramente in grado di spingere l'economia produttiva, senza soffocarla con sprechi di nuovi tesoretti, lavori pubblici improduttivi, o nuove norme, incentivi e tassazioni dagli effetti inerziali che alla fine la frenano.
Governare l'economia di un paese complesso e articolato come quello italiano in cui al prodotto interno lordo compartecipano più di venti macro settori a partire dall'auto alla chimica, dai media ai trasporti al turismo, dall'industria all'alimentare, dalla grande distribuzione all'energia, dalle costruzioni alle materie base alla tecnologia, dalle telecomunicazioni alle banche e assicurazioni, dalle utilities ai servizi finanziari, è come pilotare un astronave con la patente sufficiente a guidare il ciclomotore. Servono dunque burocrati e esperti in grado di valutare tutti gli effetti anche sugli altri settori. Perché alcuni settori sono veramente produttivi, altri sono servizi che aiutano la produzione, altri che la frenano. Alcuni settori sono in espansione pensiamo all'auto elettrica o ai trasporti ferroviari, altri sono in contrazione, pensiamo ai consumi di petrolio o all'immobiliare.

ATTUALMENTE 
Avere una chiara mappa della situazione attuale e del peso che ogni settore ha sull'economia italiana permette di evitare ulteriori illusioni e chiamate troppo anticipate di uscita dal tunnel della crisi. Sono problemi che stanno affrontando in tutto il mondo e sul quale ha basato la sua elezione lo stesso presidente americano Donald Trump quando si è accorto che troppe industrie americane erano uscite dagli Stati Uniti. Ma lo stesso è avvenuto anche da noi. Il peso dei settori industriali dagli anni settanta ad oggi e passato dal 60% al 22% dell'intera economia italiana che ormai per il 70% si fonda sui consumi interni. La Germania invece non ha mai esternalizzato alcuna produzione: si è tenuta l'auto, la chimica, la tecnologia, l'elettrico, con la chiara idea di quelle che sono le attività produttive e quelle invece che frenano la crescita. Ecco perché oggi in questa situazione la classe politica che intende aver cura di espandere questi primi segnali positivi di crescita economica deve necessariamente osservare i singoli numeri settoriali come fatturato, occupati, utili e tassazione, identificando quelli su cui si deve allentare la pressione fiscale e quelli invece che vanno tagliati e riportati all'utile. 
E' necessario rimettere la macchina statale nelle mani di tecnici e riportare la politica a comunicare con il popolo facendo da intermediario. Ragionare in maniera statistica e generica sui "medioni" che attraversano tutti i settori in modo indistinto può innescare un nuovo processo illusorio come quelli già osservati nel passato. Sta di fatto, che non ci sarà nessuna crescita e che i numeri sul Pil se non sono falsi, in concreto non servono a niente. Non può esistere crescita in uno Stato dove il debito aumenta nonostante l’aumento della pressione fiscale e soprattutto dove i salari scendono, oltre la perdita di posti di lavoro. 

Quando la base reddituale si assottiglia non esistono risorse per lanciare nessuna ripresa. Noi siamo in un ‘cul de sac’ e l’Europa del nord è già pronta al saccheggio. C’è poco da festeggiare.

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autore / Luca Lippi
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