Pensioni fase due: cosa blocca 'garanzia giovani' e 'Ape'

06 luglio 2017 ore 16:20, Luca Lippi
Non aspettiamoci una rivoluzione copernicana dalla fase 2 sul confronto tra governo e sindacati, argomento riforma delle pensioni. Anche se dai media appare prossima l’iniziativa di una pensione di garanzia con parziale fiscalizzazione dei contributi per i “giovani”, nella sostanza il confronto sta irrigidendosi sull’aumento dell’età pensionabile previsto dal 2019 dopo la pubblicazione dei dati sull’aspettativa di vita da parte dell’Istat (attesi in autunno).

Garanzia giovani -  Nuovi incentivi per favorire le adesioni alla previdenza complementare. Insieme al riscatto gratuito degli anni di studi universitari e la messa a punto di un sistema per la copertura contributiva dei periodi passati, soprattutto dalle donne, a prendersi cura di familiari anziani o disabili. In sostanza quello che vogliono i sindaciti è riassunto da Roberto Ghiselli, segretario confederale della Cgil: "Dobbiamo dare risposte ai giovani che hanno carriere fragili e discontinue. Lo strumento non è certo il ricorso alla previdenza complementare, perché chi non riesce a costruire il primo pilastro non può neanche costruire il secondo". Spiega Ghiselli che la proposta dei sindacati è di introdurre "meccanismi di carattere solidaristico nel sistema contributivo imperniato sulla previdenza pubblica. Si tratta di premiare la presenza e l'attività nel mondo del lavoro, non di dare a tutti una pensione minima garantita. A chi è disoccupato e segue un periodo di formazione, chi ha il part time, chi fa lavori di cura, chi ha contributi bassi come collaboratori, lavoratori pagati con i voucher, colf che lavorano poche ore: a tutti costoro va valorizzato un periodo contributivo ulteriore".
Ovviamente per i sindacati tutto questo dovrebbe essere a carico della fiscalità generale cioè a carico dello Stato. Infatti, Ghiselli precisa: "L'intervento è a carico dello Stato ma il meccanismo che proponiamo costa meno della pensione minima per tutti e degli interventi assistenziali di soccorso alla povertà. Inoltre, è un sistema virtuoso contro l'evasione contributiva, perchè i contributi troppo bassi per maturare una pensione vanno di fatto perduti".
Di contro il consigliere economico di Palazzo Chigi, Marco Leonardi, ha sottolineato che la soluzione più idonea rimane quella di adottare modelli flessibili nella previdenza integrativa, di fatto riferendosi alla Rendita integrativa temporanea anticipata (Rita) voluta da Matteo Renzi. 

Il nodo età pensionabile – questo in concreto il punto su cui la fase 2 avrà motivo di arenarsi, questo perché da una parte i sindacati sono determinati a scongiurare lo scatto automatico. Quello dell'incremento dell'età pensionabile, che verrebbe deciso da un decreto 'direttoriale' del ministero dell'Economia in caso di innalzamento delle aspettative di vita da parte dell'Istat: "Chiederemo che sia modificata la legge", spiega Ghiselli. 
In sostanza, è pronto un decreto per l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019. In realtà non è una vera e propria novità. Il prolungamento è imposto dalla crescita della cosiddetta ‘aspettativa media di vita’, che è diventata parametro fondamentale del sistema previdenziale Inps. In pratica, per garantirne la sostenibilità. Fu istituito in base ad una legge del 2010 (governo Berlusconi) ed ha cadenza triennale. Solo che dal 2019 avrà un ritmo più spedito - due anni - così come stabilito dalla riforma Fornero. Da quando è stato introdotto l'età per la pensione è salita di undici mesi. Attenzione, i mesi in più si sommano sia al minimo di età richiesto per l'assegno di vecchiaia che al minimo di anni di contributi per la pensione anticipata.
I sindacati vorrebbero che una decisione sull’adeguamento alla speranza di vita tornasse nell’alveo del confronto tra le parti, e non lasciata agli automatismi amministrativi, proposta peraltro osteggiata dall’Inps il cui presidente proprio ieri ha spiegato che togliere questo adeguamento automatico significa aumentare la spesa pensionistica e metterla sulle spalle delle generazioni future. Per i sindacati sarebbe anche ora di differenziare l’età di uscita, oggi a 66 anni e 7 mesi, magari in base alla tipologia di lavoro (più o meno gravosa). E così anche per quando riguarda quella che era l’anzianità, ovvero gli anni di lavoro richiesti prima di uscire. Dal 2019 si passerebbe a 43 anni e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne (anche in questo caso 5 mesi in più rispetto ai limiti attuali se le proiezioni Istat attese per l’autunno lo confermeranno). Su queste richieste Cgil, Cisl e Uil, insieme alle categorie dei pensionati, hanno organizzato un’iniziativa unitaria il prossimo 13 luglio.

In conclusione – Gentiloni avrebbe anche annunciato una ripresa delle trattative per l’Ape volontaria, ma mancano totalmente i contatti tra governo e Ania e a seguire quelli con le banche. Obiettivamente è difficile da credere che assicurazioni e banche possano sobbarcarsi l’onere di assicurare una platea di individui in avanzato stato di età e senza le idonee garanzia sia di vita residua sia reddituali senza pretendere una garanzia economica da parte dello stato che allo stato dell’arte non è in grado di potere assicurare.

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autore / Luca Lippi
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