Ocse, Italia maglia nera e nel 2018 anche peggio: tutti i nodi

07 giugno 2017 ore 13:44, Luca Lippi
Il messaggio principale che arriva dall’Ocse nell'ultimo Economic outlook non è dei migliori per l’Italia. In sostanza l’Ocse ricalca il pensiero di Mario Draghi, va certamente meglio, ma non è ancora abbastanza. Il messaggio principale dell’istituto di Parigi è che l'economia mondiale è migliorata nel suo complesso, ma bisogna raddoppiare gli sforzi per far sì che i frutti di questa crescita e della globalizzazione siano largamente condivisi. L'Ocse ha rivisto al rialzo le stime di crescita del Pil mondiale per il 2017, portandole dal 3,3% al 3,5%, mentre per il 2018 ha confermato un aumento del 3,6%, dopo il 3% registrato l'anno scorso. Tuttavia l’Italia è maglia nera tra le big.
L'istituto guidato da Angel Gurria ha mantenuto invariate le stime per l'anno in corso, con il Pil nostrano atteso dell'1%, ma ha tagliato quelle per il prossimo anno, indicando una crescita pari allo 0,8% rispetto all'1% previsto a marzo. Si tratta del dato peggiore tra i maggiori Paesi. Queste previsioni, precisa l'Ocse, prendono in considerazione una correzione dei conti pubblici pari a circa l'1% del Pil, "come richiesto dalle regole dell'Unione europea anche se l'economia sta procedendo ben al di sotto del suon potenziale e la ripresa rimane ancora fragile". L'Ocse ha poi provato a indicare la strada da percorrere: "la priorità agli investimenti pubblici in infrastrutture, alla ricerca e ai programmi anti-povertà e continuare sul cammino delle riforme strutturali che potrebbe accelerare la ripresa e alzerebbe l'output potenziale".
Ocse, Italia maglia nera e nel 2018 anche peggio: tutti i nodi
Sempre per il Belpaese, l'Ocse si attende un debito pubblico in contrazione al 131,8% nel 2017 e al 130,6% nel 2018, mentre il rapporto deficit/Pil è atteso al 2,1% nel 2017 e all'1,4% l'anno prossimo. Quanto al tasso di disoccupazione dovrebbe calare, secondo le stime semestrali dell'Ocse, all'11,5% nel 2017 e all'11,2% nel 2018 rispetto all’11,7% del 2016.

I nodi per l’Italia – E’ un discorso piuttosto complesso, l'Ocse rileva dei numeri ma non spiega le dinamiche; tuttavia l'analisi è piuttosto logica, sia la salute delle finanze pubbliche sia quella gli istituti privati è aggravata dall’assenza di crescita economica (stimata dalla Commissione Europea al +0,9% per il 2017 ed al 1,1% nel 2018) invero l’Ocse, come scritto sopra, rivede le previsioni per il 2018 a 0,8%, quindi un peggioramento. Un’attività economica così debole non può che portare alla recessione qualora il governo dovesse attuare ulteriori misure d’austerità imposte dall’Europa, il quadro globale dovesse deteriorarsi o la Bce (come prevedibile) riducesse la politica monetaria ultra-espansiva, rafforzando l’euro e facendo lievitare gli interessi sul debito pubblico.
Il termine ultimo per l’Italia di rimettersi in carreggiata è il biennio 2018-2019, con l’allentamento quantitativo e la scadenza del mandato di Mario Draghi, non ci sarebbero altri spazi di manovra. Enorme invece il pericolo se dovesse precipitare la situazione in coincidenza delle elezioni legislative: se esistono pochi dubbi sulla vera  natura del Movimento 5 Stelle, classico esempio di partito populista “addomesticato”, sono alte però le probabilità che dalle prossime urne esca un parlamento “impiccato”, incapace di esprimere una chiara maggioranza a causa della tripartizione quasi perfetta dello schieramento politico. È quanto sta sperimentando dallo scorso ottobre la Spagna, dove Mariano Rajoy si è visto costretto a formare un governo di minoranza che presto sarà sottoposto al battesimo di fuoco della legge finanziaria. Se il governo Gentiloni dovesse cadere entro l’autunno, l’attuale parlamento fosse incapace di esprimere una legge elettorale o il prossimo di formare un saldo esecutivo, bisogna attendersi che la speculazione sul debito pubblico riesploda, come nell’estate del 2011.
Gli squali della City e di Wall Street agirebbero, proprio come allora, coordinandosi con i tre principali alfieri dell’establishment euro-atlantico in Europa: la Bce, la Germania di Angela Merkel e la Francia di Emmanuel Macron (che ricopre il ruolo che Nicolas Sarkozy ebbe nel 2011).  Francoforte invierebbe “una lettera” suggerendo le riforme strutturali inderogabili per continuare ad acquistare i titoli di Stato, Berlino chiederebbe all’Italia di accettare un prestito dal Fondo Monetario Internazionale e/o dall’Esm così da mettere al riparo le finanze pubbliche, Parigi si adagerebbe alla linea tedesca, conscia che è l’unico modo per continuare ad avvalersi dello scudo politico offerto dal “motore franco-tedesco”.
L’Italia, svuotata di qualsiasi sovranità, sarebbe così rimessa alla mercé della Troika. Sarebbe così portato a compimento il grande saccheggio dell’economia italiana iniziato nel biennio 1992-1993 e consumato, prima, per agganciarci all’euro e, poi, per scongiurare la nostra uscita: da quinta economia del mondo che era nei primi anni ‘90, l’Italia scivolerebbe verso il rango di Stato semi-fallito, depauperata della sua industria, dei suoi giovani, dei suoi capitali.
I segnali sono stati già evidenti nei mesi scorsi, i consiglieri economici di Angela Merkel hanno già “suggerito” all’Italia, in occasione del salvataggio di Mps, di chiedere soccorso al Fondo salva-Stati (Esm) ed al Fmi: al coro si è aggiunto anche il ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, che ha recentemente ribadito la necessità di potenziare l’Esm per aggirare i Parlamenti nazionali ed evitare che “l’Europa si disgreghi” al riesplodere della speculazione. Da ultimo, il neo-presidente Emmanuel Macron non ha alcun interesse a sposare la causa dell’Italia o dell’Europea mediterranea e preferisce venderci alla Troika così da guadagnare altro tempo per la Francia: la “modernizzazione” dell’economia transalpina, a colpi di austerità e liberismo, deve ancora iniziare e si preannuncia drammatica.
Nel frattempo il deflusso di capitali, ben visibile su Target 2, continua mese dopo mese. L’eurozona è sempre più polarizzata tra area marco (con la Francia in posizione ancillare) e area mediterranea: le tensioni finanziarie, nonostante la morfina della Bce, sono molto più gravi del 2011-2012. Il momento della verità si avvicina e l’Italia è (contro la sua volontà) in prima linea.

Il resto del mondo per l’Ocse - Tra le economie avanzate, l'istituto con sede a Parigi ha indicato che la ripresa continuerà negli Stati Uniti, con l'economia a stelle e strisce che dovrebbe crescere al ritmo del 2,1% nel 2017 e del 2,4% nel 2018 rispetto alle stime di marzo che indicavano un +2,4% e un +2,8% rispettivamente nel 2017 e nel 2018.  Sono migliorate invece le previsioni per la zona euro: l'Ocse prevede un Pil in crescita dell'1,8% sia nel 2017 sia nel 2018 (contro il +1,6% previsto a marzo). Secondo le previsioni snocciolate oggi, l'area Ocse, che conta 35 paesi industrializzati, dovrebbe invece mostrare un'espansione del 2,1% quest'anno e l'anno successivo. Volgendo lo sguardo in Asia, il Giappone dovrebbe invece registrare una crescita dell'1,4% nel 2017 però mostrare un rallentamento nel 2018 (+1%), mentre l'economia cinese dovrebbe rallentare al 6,6% nel 2017 e al 6,4% l'anno prossimo. "Dopo cinque anni di debole crescita, si vedono segnali di miglioramento", ha dichiarato il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, in occasione della presentazione dell'outlook economico.

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autore / Luca Lippi
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