Bce non taglierà più i tassi. Draghi: "Ci sono Paesi in ritardo"

09 giugno 2017 ore 13:18, Luca Lippi
Nessuna novità dalla riunione della Bce di ieri sera, le decisioni sulla fine del Qe, potrebbero arrivare nella riunione di fine settembre o addirittura a ottobre.  Si legge dal comunicato di fine riunione ce la Bce “è pronta a incrementare in termini di entità o durata il programma di acquisto di attività se le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie risulteranno incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento durevole del profilo dell’inflazione”. 

I Tassi d’interesse - rimangono invariati: quello sulle operazioni di rifinanziamento principali resta a 0%; quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale allo 0,25% e quello sui depositi presso la banche centrale a -0,4%. L’unica novità è quella che i tassi non potranno assumere valori più bassi di quelli correnti.

Il commento di Draghi sulla situazione Ue – “L’economia dell’Eurozona presenta rischi alla crescita equilibrati anche se serve un concreto livello di accomodamento monetario per sostenere l’inflazione di fondo”. Le prospettive sono di una crescita solida nell’immediato futuro secondo il banchiere che ha anche parlato di ripresa economica e lavoro: “Questa ripresa sta avvenendo con una forte creazione di lavoro, ma al tempo stesso abbiamo le prove che questi nuovi posti di lavoro sono di bassa qualità, ovvero temporanei o part-time. Questo, ha portato a una crescita modesta dei salari”. 
Bce non taglierà più i tassi. Draghi: 'Ci sono Paesi in ritardo'
Dalle parole di Draghi si evince – si è trovato costretto a limitare le sue considerazioni tenendo presente che "ci sono sempre Paesi che si muovono in anticipo e altri che si muovono in ritardo. È ovvio che i Paesi con bassa crescita, debole posizione di budget e in ritardo sulle riforme strutturali soffriranno di più. L'elemento chiave è resuscitare la crescita". Tradotto, ha dato una stoccata all’Italia che è senz'altro l'ultima della classe: quest'anno il Pil salirà dell'1%, in coda alle classifiche, ma nel 2018, salvo interventi strutturali, non si andrà oltre lo 0,8%, secondo le recenti stime dell'Ocse. Meno della metà del tabellino di marcia dell'eurozona, a giudicare dalle previsioni della Bce.

La Bce contro i falchiAll’interno di questa situazione che determina importanti distanze tra intere aree geografiche all’interno dell’area geografica della Ue s'inquadrano le decisioni prese nella riunione di Tallinn dal direttorio della Bce, senza apparenti contrasti ma in pieno dissenso con l'opinione dei falchi che, per ora, hanno evitato lo scontro. L'unica concessione riguarda la scomparsa nel comunicato finale del riferimento alla possibilità di portare i tassi "più in basso", nel caso lo richiedesse la situazione economica e finanziaria. In cambio Draghi ha ottenuto dal direttorio una conferma piena e quasi inattesa della politica espansiva della Banca centrale. 

Non si è parlato di 'tapering' -  La Bce continuerà a comprare titoli per 60 miliardi di euro al mese fino a dicembre. O anche oltre, se "le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie" lo renderanno opportuno. Qualcosa di più di una conferma della linea di questi mesi. Soprattutto perché nel comunicato viene ancora una volta precisato che i tassi saliranno solo "ben oltre" la fine degli acquisti.

Il prezzo del petrolio gioca a favore della Bce - Il successo della linea espansiva della Bce è da attribuire alla frenata del petrolio, grazie al quale l'inflazione scende invece che salire:  solo +1,5% per il 2017 e +1,3% per il 2018, in calo rispetto alle stime precedenti (+1,6% nel 2017, +1,7% nel 2018). Il trend non dovrebbe cambiare nel 2019, quando l'inflazione, secondo le stime della Commissione, non andrà oltre l'1,6%, assai al di sotto dell'obiettivo previsto dalla banca centrale (poco sotto il 2%).

In conclusione - La deflazione non fa più pura, ma la congiuntura è ancora fragile, per giunta esposta alle intemperie di una situazione internazionale ad alta tensione. Ancora una volta, in questa situazione scomoda, Draghi ha comprato tempo. Difficile però, che l'Italia non lo sprechi come ha fatto dl 2012 a oggi. E così lo spread con la Spagna, Paese che affronta e risolve le crisi bancarie in 48 ore, è tornato a salire a più di 70 punti, proprio come cinque anni fa, all'inizio del Quantitative easing. Solo una nota, la Spagna non è più brava di noi, la vendita di banche ad altre per un euro è una sciagura spalmata su altre banche, ma sempre una sciagura.

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autore / Luca Lippi
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