Trump, via da accordo di Parigi? Emissioni già ridotte dal 1990

01 giugno 2017 ore 16:15, Luca Lippi
Trump vuole far uscire subito gli Stati Uniti dall'accordo sul clima, lo giudica inutile e per molti aspetti dannoso per l’economia Usa. La polemica si riapre oggi dopo che il sito web Usa Axios ha lanciato lo scoop: “secondo due fonti vicine alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe deciso di sfilare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima”. La ‘bomba’ con fonti vicine all’amministrazione Trump ha risvegliato lo stesso presidente che durante il G7 si era detto molto guardingo e ancora senza una vera decisione sulla scelta finale.
Invero Trump non è solo in questa scelta, e la scelta del presidente è affatto sconveniente per gli americani che alla fine possono contare su una severa legislazione in fatto di inquinamento. Alla normativa sono allineati tutti i nuovi stabilimenti e contestualmente altri stanno ristrutturandosi allo scopo di rientrare nei limiti stabiliti prima ancora che venissero ratificati gli accordi di Parigi.
Trump, via da accordo di Parigi? Emissioni già ridotte dal 1990
L’americana Western Energy Alliance, una delle principali associazioni che rappresenta gli interessi del settore esplorazione e produzione oil&gas negli Stati occidentali, ha avuto un messaggio per il presidente Donald Trump: gli Stati Uniti devono tirarsi fuori dagli accordi sul clima di Parigi. Non si tratta di disinteresse per l’ambiente ma, sostiene la Alliance, le aziende Usa dell’energia hanno già fatto grandi passi in avanti per essere più sostenibili e gli Stati Uniti sono capaci i ridurre da soli le loro emissioni di gas serra senza alcun bisogno di gravose regole e accordi internazionali.
Trump intanto ha ottenuto da un tribunale federale lo stop alle cause legali intorno al Clean Power Plan di Obama, primo passo, secondo la stampa Usa, per mettere da parte le politiche di contrasto al cambiamento climatico del predecessore. Trump ha già firmato, lo scorso mese, un ordine esecutivo che indica di riscrivere le regole dell’Epa sui limiti della CO2 emessa dalle centrali elettriche, siano vecchie o di nuova costruzione, anche se la norma di Obama in questo ambito, che tocca solo le centrali nuove o ristrutturate, non quelle esistenti, non sarà toccata.
L’Epa ha calcolato che, dal 1990 al 2014, le emissioni di gas serra per dollaro di Pil sono scese del 40%; il trend ha subito un’accelerazione negli ultimi dieci anni. Ciò non è accaduto solo grazie alle politiche “verdi” di Obama che hanno limitato lo sviluppo delle fonti fossili, ma anche al fatto che il mercato si è “naturalmente” spostato dal carbone verso il gas naturale e, in misura minore, verso le energie rinnovabili. Chi negli Usa critica gli accordi di Parigi afferma che gli Stati Uniti stanno autonomamente riducendo l’inquinamento prodotto e gli impegni internazionali equivalgono a lacci e lacciuoli che creano freni e comportano oneri legali senza che vi sia alcuna garanzia di una effettiva applicazione delle regole.
La posizione della Western Energy Alliance è tuttavia contraddittoria perché, se da un lato la presidente ha ragione sulla riduzione delle emissioni ottenuta dagli Stati Uniti e sul ruolo del gas naturale in questo risultato, un revival del carbone potrebbe annullare gran parte dei progressi. In più, il 2017 Energy and Employment Report del dipartimento dell’Energia americano riferisce che l’industria dell’energia solare impiega più persone di carbone, petrolio e gas messi insieme, se si considera solo l’attività di generazione di elettricità, mentre uno studio condotto da EDFClimateCorps calcola che l’industria delle rinnovabili (sole e vento) crea nuovi posti di lavoro a ritmi 12 volte più alti degli altri settori economici. Mentre nell’industria dei combustibili fossili la crescita media dell’occupazione è stata negativa (-4,5%) dal 2012 al 2015, nell’industria delle rinnovabili è cresciuta del 6%. Insomma, difficile capire, tra sussidi alle rinnovabili e ordini esecutivi pro-oil&gas, se sono davvero le forze spontanee del mercato a decidere.
Secondo Axios, i due possibili scenari che si apriranno portano comunque all’uscita finale degli Stati Uniti contro l’accordo climatico su suolo francese:Trump potrebbe annunciare l'uscita, che darebbe inizio a un processo che non si concluderebbe prima del novembre 2020. Secondo i termini dell'accordo, i paesi firmatari non possono inviare la loro richiesta di abbandono dell'intesa prima di tre anni, a partire dall'entrata in vigore, avvenuta il 4 novembre 2016. Il processo di ritiro, poi, richiederà circa un anno”. In secondo luogo, sempre Axios, spiega come una possibile seconda via sarebbe quella difar uscire gli Usa dal trattato che sorregge l'accordo di Parigi, chiamato United Nations framework convention on climate change. Si tratterebbe dell'opzione più estrema, perché porterebbe gli Stati Uniti fuori da tutti gli accordi globali sul clima”, riporta la traduzione dello scoop di Axios fatta da Repubblica.it.

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