Usa, prima conferenza stampa di Trump. Ma nasce il governo ombra

12 gennaio 2017 ore 13:18, intelligo
Alessandro Corneli

Barack Obama ha tenuto a Chicago il suo discorso d’addio. Molti repubblicani, facendo il bilancio dei suoi otto anni, lo paragonano adesso alla bomba a neutroni: ha lasciato in piedi la struttura del Partito democratico ma ha annientato i suoi esponenti, a iniziare da Hillary Clinton. Di fatto, invece, è stata proprio la struttura del Partito democratico ad aver subito duri colpi in questi otto anni. Infatti, quando Obama vinse nel novembre 2008, i democratici portarono alla Camera 256 deputati; dopo le elezioni del novembre scorso, sono ridotti a 188. L’erosione delle file democratiche si è consumata nel corso delle consultazioni che si sono svolte ogni due anni. Quanto al Senato,
Usa, prima conferenza stampa di Trump. Ma nasce il governo ombra
nel 2008 si contavano 58 democratici e adesso sono 46. I governatori democratici sono passati da 28 a 16. Circa i  deputati democratici eletti nelle assemblee statali, nello stesso arco di tempo sono diminuiti da 4.086 a 3.137. Ciò vuol dire che, focalizzato su Obama presidente e sulla Clinton designata a impersonare la continuità come fosse un “terzo mandato”, il Partito democratico si è progressivamente svuotato di candidati credibili
Ciò sta producendo qualcosa di inedito nella storia politica americana: Obama continuerà a fare politica. L’analista politico di sinistra Ed Klein ha già detto che il futuro ex presidente  “guiderà un governo-ombra che farà opposizione all’amministrazione Trump”. Se ciò avverrà, come sembra probabile, la natura del sistema partitico americano sarà rivoluzionata, almeno per quanto riguarda il Partito democratico. Infatti, negli Stati Uniti, i partiti si attivano in prossimità delle scadenze elettorali e hanno una base locale che poi sfocia nelle primarie. Ma se Obama imporrà una leadership centralizzata sulla sua leadership e permanente, cioè operativa tra un’elezione l’altra, il sistema nel suo complesso ne risulterà modificato. Appare difficile che il Partito repubblicano si metta sulla stessa strada, ma l’esempio potrebbe scatenare l’ambizione di terze forze. 
Un altro colpo alla tradizione politica americana è stato inferto da Obama attraverso la sua azione di sostegno a Hillary Clinton in forme così accentuate da essere state considerate “sopra delle righe”. Ma questo è il meno: più grave il decisionismo affermato nel periodo di trapasso compreso tra il risultato del voto, cioè l’8 novembre scorso, e l’insediamento di Trump, che avverrà il 20 gennaio prossimo. 
Obama ha sollecitato i servizi d’intelligence a redigere un rapporto sulle supposte interferenze di Vladimir Putin sulle elezioni, ha espulso 35 funzionari russi, ha avallato spettacolari manovre militari della Nato ai confini della Russia – e ciò senza alcun rispetto per le dichiarazioni d’intenzione del suo successore, mettendo così a repentaglio la credibilità esterna degli Stati Uniti, disseminando di ostacoli il terreno su cui dovrà muoversi Donald Trump.     
Poiché non si tratta di incidenti di percorso, ma di iniziative politiche consapevolmente volute, potrebbe aprirsi un dibattito sulla necessità di una riforma della Costituzione per ridurre lo spazio temporale che passa tra il giorno delle elezioni, che è sempre il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre e quindi è un giorno che va dal 2 all’8 novembre,  e il giorno dell’insediamento che è il 20 gennaio successivo. Quindi un intervallo che va da un minimo di 73 giorni a un massimo di 79 giorni.  
Oggi questa regola, giustificabile oltre due secoli fa, e che non aveva solitamente fatto nascere problemi nel passaggio delle consegne poiché l’intervallo temporale consentiva al neo-presidente di essere messo al corrente degli affari più delicati dal presidente uscente in un clima di fair play, rischia di creare grosse difficoltà a Trump. 
A prescindere dal caso attuale, un quasi vuoto di potere di 10-11 settimane non è più compatibile con le straordinarie responsabilità del presidente degli Stati Uniti perché non si può lasciare alle altre potenze l’opportunità di sfruttare questa specie di sospensione della capacità decisionale della maggiore potenza mondiale. 

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