Trump sgambettato dai Repubblicani, no al muro col Messico ma Corporate-Tax

26 aprile 2017 ore 13:53, Luca Lippi
Taglio della corporate-tax al posto del muro col Messico ma nessuna fermata, solo un cambio di priorità verso in attesa di risolvere le incomprensioni con l'ala 'attaccata al portafoglio' dei Repubblicani. Al traguardo dei cento giorni di governo, gli americani sono soliti stilare un resoconto rispetto all’agenda promessa dal neoeletto presidente Usa, viste le difficoltà di diponibilità liquide di bilancio nell’immediato e soprattutto dopo la sconfitta della mancata eliminazione dell’Obamacare, il tycoon newyorkese ha deciso di fare da subito quello che è possibile fare, senza però abbandonare la tabella di marcia che al momento cambia solo le posizioni ma senza abbandonare i progetti. Dunque niente scoramento da parte del coriaceo Presidente, se non gli fanno fare le cose ‘oggi’, va avanti ma avverte che le farà comunque e il modo lo troverà insieme ai soldi. 
Ancora si sa poco, ma Trump avvia immediatamente il piano fiscale messo a punto dalla sua amministrazione. Da alcuni dettagli che sono trapelati, il presidente Usa vorrebbe abbassare al 15% dal 35% l'imposta per le aziende (la corporate tax) e al 15% dall'attuale 39,6% quella per i gruppi cosiddetti "pass-through": si tratta di quelli che non versano tasse sugli utili realizzati perché gli utili stessi vengono fatti ricadere sul loro proprietario a prescindere che ci sia stata o meno una loro distribuzione.
Sarà poi il proprietario stesso a includere quel dato nella sua dichiarazione dei redditi personale. In questa categoria di aziende, la principale in Usa, rientrano gruppi piccoli ma anche grandi studi legali attivi su scala mondiale, hedge fund e le attività immobiliari dello stesso Trump. A beneficiarne sarebbero professionisti che hanno aperto l'equivalente americano di una società di capitali a responsabilità limitata così come la conosciamo in Italia, medici, avvocati, consulenti e lobbysti oltre alle attività di famiglia del presidente. 
La sforbiciata alla corporate tax resta, però, una scommessa rischiosa, per l'impatto sul deficit e il debito federale degli Stati Uniti (la riforma delle tasse riduce vistosamente le entrate nelle casse del fisco americano). Tema su cui i repubblicani, da sempre contrari a manovre che appesantiscono il budget, sono molto sensibili.
Trump vorrebbe anche sgravi fiscali per l'assistenza all'infanzia simili a quelli che propose in campagna elettorale su suggerimento della figlia Ivanka, diventata consulente dell'amministrazione Usa. Per il momento non c'è stata nessuna anticipazione ufficiale da parte della Casa Bianca: il portavoce Sean Spicer ieri ha evitato di commentare, dicendo: "Avremo tutto il tempo per parlarne domani" ossia oggi quanto le polemiche non mancheranno". 
Abbandonato al momento il famoso muro alla frontiera con il Messico, i repubblicani nel Congresso non sono riusciti a trovare un compromesso per mettere nella prima legge di bilancio dell'amministrazione Trump, che sarà votata venerdì, la miseria di 1,4 miliardi di dollari necessari per continuare lo studio, la progettazione e i primi appalti del muro messicano fortemente voluto dal presidente, che ne ha fatto una priorità assieme al Muslin ban e all'abolizione dell'Obamacare durante la campagna elettorale. Il tycoon ha accusato il colpo, ma nel suo immancabile tweet di primo mattina spera ancora nella costruzione del muro. “Non fatevi ingannare dai media disonesti che io abbia cambiato la mia posizione politica sul muro! Lo farò costruire e ciò aiuterà a fermare il traffico di droga e quello di esseri umani”.
In sostanza il ceffone a Trump non è alla sua politica contro l’immigrazione, piuttosto una questione di soldi (come quasi sempre accade). Come era già successo con l'abolizione dell'Obamacare “salvata” da 34 congressmen del Freedom Caucus (gli ultra conservatori del Tea party), sono stati questa volta 35-40 repubblicani, eletti nel Texas, New Messico, Arizona e California a opporsi al finanziamento per l’edificazione del muro di confine. Sono i congressmen repubblicani eletti nei distretti a ridosso o lungo il confine messicano a opporsi strenuamente al muro, perché la sua costruzione prevede l'esproprio di infiniti lotti di terreni assai fertili e di enorme valore di mercato a migliaia e migliaia di piccoli e grandi proprietari. Si tratta di aziende agricole, ricchi ranch texani o terreni come nelle aree metropolitane di San Diego ed El Paso, che verrebbero acquisiti dallo Stato federale per pochi spiccioli.
Poiche ‘pecunia non olet’ c’era da aspettarselo che quando al contribuente americano metti le mani nelle tasche, scompare improvvisamente l’appartenenza allo schieramento politico ed emerge l’insostenibile leggerezza del portafoglio, scomparendo magicamente la distinzione tra repubblicani e democratici.

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autore / Luca Lippi
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