Zecchi: "Il gender a scuola? Aberrante, il ministro non sia complice"

08 aprile 2014 ore 16:40, intelligo
Zecchi: 'Il gender a scuola? Aberrante, il ministro non sia complice'
Di Adriano Scianca Un bambino che torna a casa e spiega al padre: “A scuola ci hanno insegnato che possiamo cambiare sesso”. È accaduto nel vicentino, dove un “corso di affettività” impartito agli alunni delle elementari ha creato qualche perplessità fra gli studenti e ancor più fra i genitori, che per questo hanno protestato vivamente. “È un fatto indecente, il ministro intervenga o è complice di questa deriva”, tuona Stefano Zecchi, docente di Estetica e autore di vari saggi sull’arte e la società contemporanea. Professore, come giudica quanto accaduto in questa scuola del vicentino? «Lo trovo indecente. Per carità, i programmi vanno aggiornati e i docenti sensibilizzati per capire i casi limite in cui intervenire, ma per favore, i bambini lasciamoli in pace. Quello che è accaduto è aberrante e se fossi il padre di quel ragazzo ritirerei il bambino dalla scuola». Eppure le intenzioni di chi propone queste teorie sono spesso lodevoli. Cosa interviene, allora, tra le buone intenzioni e i pessimi risultati? «Io credo che ci sia una generale mancanza di conoscenza e preparazione. Molto probabilmente i maestri sono in buona fede, il problema è più vasto, è culturale e pedagogico. Bisogna cercare di trattare certi temi con la sufficiente delicatezza, in modo da non turbare i bambini». Qualcuno dice che è già importante che se ne parli… «Francamente non so se abbia più senso il silenzio – che in certi casi, si badi, è senz’altro colpevole – o questa sfacciataggine…». E allora come se ne esce? «Deve intervenire il ministro. C’è una anarchia decisionale, nella scuola, per cui alla fine tutta la responsabilità ricade su docenti che di fatto sono impreparati. Non può esistere il fai da te pedagogico. Ripeto, serve un intervento del ministro, se non lo fa è colpevole». In molti hanno anche da ridire circa le basi medico-biologiche di teorie come quella del gender… «Guardi, io non sono un sessuologo o un medico. Valuto le cose con la cultura che mi sono fatto in questi anni in vari ambiti. Mi sembra che ci sia una realtà naturale che è quella e che è fin troppo semplice per poter essere messa in discussione. E di fatto quello che la teoria del gender vuole aggredire non è tanto questo dato naturale, che non può essere modificato da una semplice teoria». E allora cosa si va a colpire? «La famiglia. La struttura familiare intesa come unità micro-sociale, il principio elementare della realtà culturale. E in particolar modo, nella famiglia, si vuole colpire il ruolo del padre». Il tema delle diversità, tuttavia, va affrontato in qualche modo… «Certamente, ci sono dei casi in cui la predilezione sessuale va in un altro senso, ma tutto questo va inserito in un quadro generale e culturale più ampio, con limiti ben precisi. Anche la pedofilia è una inclinazione sessuale, ma non possiamo mica ritenere che sanzionarla significhi limitare la libertà individuale del pedofilo…». Quali sono le radici culturali di questa deriva? «Sicuramente un certo tipo di comunismo, con il suo bagaglio di rifiuto della famiglia, con l’educazione nei falansteri etc ha influito. La variante del comunismo a cui assistiamo oggi è tuttavia un misto di grottesco e tragico». Lei è docente di estetica. Si immagina i capolavori dell’arte occidentale se la nostra storia si fosse sviluppata all’insegna della teoria del gender? «(Sorride - ndr) Capisco la domanda ma per onestà non si può non ammettere che è sempre esistita, nell’arte, una tendenza a giocare molto con l’ambiguità e sperimentare vie alla bellezza anche di natura omosessuale. Ma, appunto, si trattava di suggestioni estetiche, non ne è stata fatta una battaglia politica, come invece drammaticamente accade oggi».
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