Né con don Gallo né con don Verzè. La piazza di Vittuone chi la merita?

12 novembre 2013 ore 12:36, Americo Mascarucci

Né con don Gallo né con don Verzè. La piazza di Vittuone chi la merita?
Né con don Gallo, né con don Verzè. Ma prima i fatti.

A Vittuone, popoloso comune della provincia milanese, l’amministrazione comunale di centrosinistra ha deciso di intitolare una piazza a don Andrea Gallo, il prete genovese scomparso recentemente. Il Popolo della Libertà è insorto chiedendo che la piazza venga invece intitolata ad un altro sacerdote, don Luigi Verzè, fondatore del policlinico San Raffaele di Milano. Per il sindaco Fabrizio Bagini è giusto onorare don Gallo perché ha saputo anticipare i tempi, praticando gli stessi valori propugnati da papa Francesco, oggi diventati l’ingrediente essenziale della Chiesa. Il centrodestra ovviamente non può accettare l’intitolazione di una piazza ad un fervente antiberlusconiano, un prete orgogliosamente comunista e dichiaratamente anarchico. Motivazioni politiche dunque e nulla di più, l’eterna lotta fra berlusconiani e anti-berlusconiani che torna d’attualità in ogni circostanza utile, al punto che i berlusconiani sono arrivati ad anteporre all’antiberlusconiano don Gallo, l’ultra berlusconiano don Verzè. In realtà di motivazioni per non intitolare quella piazza a don Gallo ce ne sarebbero a sufficienza e non tutte necessariamente politiche. Don Gallo, come abbiamo scritto anche in occasione della sua morte, non va disprezzato né denigrato perché, indipendentemente dalle posizioni spesso non condivisibili che era solito assumere, aveva scelto di stare dalla parte degli ultimi, e a suo modo ci stava. Questo è innegabile, come innegabile è l’apostolato svolto a Genova nei quartieri più degradati e malfamati della città. Ma era un prete straordinariamente vanitoso, alla ricerca sfrenata di una visibilità da conquistare, sempre e soltanto, provocando scandalo. Un giorno si vantava di aver fatto abortire delle prostitute, il giorno dopo sfilava al gay pride benedicendo le folle sul carro dei trans, il terzo giorno si fumava una canna davanti a fotografi e telecamere, il quarto giorno andava in tv da Fazio a dichiarare che la Chiesa era tutta da buttare e che Wojtyla era stato il peggior papa della storia, ecc. ecc. Don Gallo non era affatto in linea con il modello di Chiesa di papa Francesco, dal momento che più volte proprio Bergoglio ha criticato i “preti da salotto” più interessati a consolidare la propria immagine, la propria autorità, il proprio prestigio a qualunque costo. E don Gallo non era affatto allergico ai salotti, specie a quelli dell’intellighenzia progressista, che non mancavano di coccolarlo ogni volta che le sue posizioni, a metà fra il comunismo e l’anarchismo, tornavano utili per dare addosso alla Chiesa e alla Conferenza Episcopale, troppo rigide nel difendere i valori non negoziabili dal proliferare del politicamente corretto. Il politicamente corretto di Beppino Englaro, di Roberto Saviano, di Paolo Flores d’Arcais, del sì all’eutanasia in base al principio che una vita ormai irrimediabilmente compromessa è una vita inutile e quindi immeritevole di essere vissuta. Con loro don Gallo era solito andare a braccetto preferendo i palchi no global agli altari, i canti rivoluzionari agli inni sacri, la faziosità alla misericordia. Che c’azzecca con papa Francesco? Il suo essere orgogliosamente comunista ed anti berlusconiano ha poca importanza e se queste sono le motivazioni avanzate dal centrodestra, esse sono deboli e strumentali. Così come strumentale è rispondere a don Gallo con don Luigi Verzè. Se quella piazza non la merita don Gallo, allo stesso modo non la merita don Verzè, il quale ha sì creato un polo ospedaliero d’eccellenza come il San Raffaele, ma con una condotta etica e morale decisamente incompatibile con l’operato di un uomo di Chiesa. Una condotta megalomane e spregiudicata, sfociata nel crack finanziario del recente passato, con allegate inchieste giudiziarie, arresti e suicidi eccellenti. Entrambi sono ben lontani dalla santità dei don Orione, dei don Calabria e dei don Gnocchi.
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