Strategia Bce: tassi bassi per Brexit, unica strada

17 giugno 2016 ore 16:29, Luca Lippi
Le ultime stime della Bce danno una crescita dell’1,6% nel 2016 e dell’1,7% nel 2017 e nel 2018. I mercati finanziari sono diventati “più stabili” secondo Francoforte e il clima di fiducia “è migliorato” nel secondo trimestre, ma “incertezze” come la possibilità di una Brexit “continuano a offuscare l’orizzonte”.
Traduciamo: per come siamo messi peggio di così non possiamo andare e quindi le prospettive sono nella peggiore delle ipotesi di stagnazione totale sulla posizione, e tutto quello che può evolvere dovrebbe e potrebbe evolvere solo in positivo, anche se sono spasmi da “rigor mortis” (sono i numeri a dirlo!).
Un’eventuale Brexit rappresenta un rischio per la crescita dell’Eurozona. Lo dice ripetutamente la Banca centrale europea nel suo bollettino mensile, secondo cui “i rischi al ribasso sono ancora connessi all’andamento dell’economia mondiale, ad altri rischi geopolitici e all’imminente referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea”. Quindi per Mario Draghi la strategia dei tassi bassi è l’unica perseguibile oppure è quella giusta?
Traduciamo: se proprio si dovesse concretizzare la peggiore delle ipotesi, e cioè la secolarizzazione della stagnazione e della deflazione la colpa non è della Bce ma del Brexit.
E allora facciamo una analisi un po’ più tecnica uscendo fuori dalla retorica della propaganda, comunque non biasimabile.

Strategia Bce: tassi bassi per Brexit, unica strada

Le paure più evidenti che emergono dal Brexit sobo due, da una parte il “salto nel vuoto”, dall’altra “l’esempio” da seguire.
Il salto nel vuoto è quello di chi, come la Gran Bretagna, potrebbe uscire per prima da questo “figlio mai nato” che è l’Unione Europea. Uscire dalla Ue non si può sapere se è il male assoluto, tuttavia la strategia degli euroscettici è la medesima usata da Bruxelles fino ad ora, la paura dell’ignoto usata dai burocrati europei e dalla Germania come arma di ricatto con la quale tenere sotto scacco i governi depotenziati. 
Cosa succede dopo il salto? Nella peggiore delle ipotesi prosperità, perché in questa Europa non vi è nulla da guadagnare, e l’Inghilterra lo sa bene, e anche tutti gli altri. Un esempio su tutti? 1988, prima di firmare Maastricht, veniva raccontato che con l’Unione Europea ci sarebbero stati in tutto il continente nuovi posti di lavoro, dai 2 ai 5 milioni di occupati in più. Ebbene, premesso che anche 5 milioni di occupati, se spalmati sugli attuali 28 Stati che compongono la UE, sarebbero ben poca cosa, nei fatti è avvenuto l’esatto contrario; solamente in Italia dal 2008 ad oggi i disoccupati (e non gli occupati) sono aumentati da 1,7 a 3,5 milioni, ossia raddoppiati. Lo stesso fenomeno è avvenuto in tutti gli altri paesi eurodotati, ma non i Gran Bretagna! La Gran Bretagna non ha mai aderito alla moneta unica, e (sarà un caso) seppure sia stata la prima a crollare sotto il peso della crisi americana (l’economia britannica poggia quasi esclusivamente sui servizi finanziari), è stata la prima ad uscirne, proprio perché ha potuto svalutare a piacimento la sterlina. E allora perché dovrebbero uscire? Perché i danni della Ue non si fermano all’euro.
In un’area “di libero scambio”, non esiste protezione per i beni nazionali, lo stesso dicasi per i lavoratori, per quanto in Gran Bretagna facciano qualcosa di sacrosanto e che purtroppo da noi suonerebbe tremendamente “xenofobo”: nel concedere un lavoro viene data la priorità ai cittadini inglesi e soltanto in seconda battuta agli stranieri. 
Rimanere nella Ue vuol dire adempiere alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e quindi alle liberalizzazioni e privatizzazioni che ne conseguono; significa ancora lasciar decidere ad una autorità sovranazionale quali debbano essere le politiche locali, sul piano economico, sociale, fiscale; significa entrare nel Trattato Transatlantico (TTIP) o in quello con il Canada (CETA), qualora dovessero essere siglati; significa, riassumendo, perdita totale e definitiva di sovranità, e morte di un popolo. 
La Gran Bretagna (e tutti gli altri Stati appresso a lei) deve dunque uscire dalla Ue per smarcarsi da questo vincolo insulso.
Ed ecco allora dove prende forma l’incubo degli europeisti lobbysti, o lobbysti europeisti, se l’Inghilterra uscisse rappresenterebbe un clamoroso precedente, tale da rafforzare e spingere anche altre Nazioni ad abbandonare il progetto “mai nato”.
Una volta usciti infatti, gli inglesi sarebbero la tv accesa sul futuro dei “cuori pavidi”. 
Tuttavia, il vero problema è un altro, l’oscenità del dibattito su Brexit, il fatto che i massimi esponenti e responsabili delle istituzioni europee, che in quanto tali dovrebbero garantire il rispetto dei Trattati appunto europei, fanno invece aperte minacce di ritorsione verso un Paese che democraticamente e giustamente vuole e deve decidere del proprio destino. 
Le conferme? Il presidente della Commissione europea Junker indica gli eventuali inglesi uscenti quali “disertori”, e Barroso stesso, tempo fa, ammise che “l’Unione Europea funziona solo perché non è democratica”. E allora viva la possibilità di scegliere tutta la vita, tanto i tassi bassi lo sarebbero stati ugualmente e la Bce avrebbe comunque continuato a lanciare euro sulle economie senza sortire effetti degni di nota. Tanto, troppo spreco per “partorire il topolino”.

autore / Luca Lippi
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