Kabobo: "La sua malattia fu aggravata dall'emarginazione sociale"

04 giugno 2014 ore 16:12, Adriano Scianca
Kabobo: 'La sua malattia fu aggravata dall'emarginazione sociale'
L'emarginazione sociale ha aggravato la malattia di Adam Kabobo, ma il ghanese che l’11 maggio 2012, a Milano, ha ucciso tre passanti a picconate non era totalmente infermo di mente né è stato del tutto obnubilato dalla follia. Sono queste, in sintesi, le motivazioni della sentenza con cui il giudice per l’udienza preliminare Manuela Scudieri ha condannato a 20 anni di reclusione più tre anni di misura di sicurezza a pena espiata l'assassino di Daniele Carella, Alessandro Carolé, ed Ermanno Masini. Secondo il gup ''la condizione di emarginazione sociale e culturale dell'imputato è già stata valutata, quale concausa della patologia mentale riscontrata, nel riconoscimento della seminfermità mentale ed è già stata quindi oggetto di adeguata considerazione ai fini della quantificazione della pena''. L'uomo soffre di ''schizofrenia paranoide'', ma la sua capacità di intendere al momento dei fatti non era ''totalmente assente'' e la sua capacità di volere era sufficientemente ''conservata''. In particolare, la ''condizione di stress derivante dalla lotta per la sopravvivenza ha inciso sulla patologia'' di Kabobo, ''aggravando la sintomatologia delirante e allucinatoria e la comprensione cognitiva''. Il ghanese, infatti, voleva ''uccidere e con l'occasione farsi catturare per soddisfare i propri bisogni primari''. L'uomo, infatti, ''non si è limitato a giustificare la sua condotta riferendo la presenza delle 'voci', ma ha espresso chiaramente il suo stato di rabbia verso un mondo che non lo accoglieva, non gli prestava aiuto, non soddisfaceva le sue primarie esigenze di vita''. Ma attenzione: “l'assenza di un movente immediatamente riconoscibile potrebbero indurre ad attribuire le condotte del Kabobo, secondo i canoni del comune sentire, alla 'follia' del suo autore, come gesti incomprensibili che possono appartenere solo ad una mente totalmente offuscata dalla pazzia". Secondo il gup, però, non è così perché la perizia ha concluso che "il Kabobo non ha commesso gli omicidi in una condizione di totale assenza di coscienza, di automatismo travolto dalla malattia, così che non può dirsi che la malattia 'abbia agito al suo posto'''. La "patologia psichiatrica" del ghanese, quindi, non determina la sua "inimputabilità". In particolare, il ghanese si sarebbe dimostrato “lucido” in diverse occasioni, nel corso della sua giornata di follia. Per esempio quando ha abbandonato la spranga per prendere il piccone, ha scelto di ''cambiare l'arma'' perché la prima ''non garantiva il sopravvento sulle vittime e ciò in quanto le aggressioni'' precedenti ''non erano andate a buon fine''. Poi l'immigrato dopo aver ucciso si è ''impadronito di beni appartenenti alle vittime'' con un ''movente anche predatorio che lo spinge agli omicidi''. Ha poi tentato di aggredire anche il padre di Daniele Carella, una delle tre vittime, ma ''ha desistito per l'arrivo di altre persone''. E quando sono arrivati i carabinieri ''ha tentato la fuga, ma prima si è liberato dell'arma''. Secondo i periti, poi, Kabobo ha fornito ''valutazioni morali negative del proprio gesto pur nell'ambivalenza dovuta alla contemporanea azione della malattia''. Il gup, dunque, ha riconosciuto la seminfermità mentale, applicandola nella ''sua massima estensione, tenuto conto della gravità della patologia accertata''. In più il giudizio di ''elevata'' pericolosità ''sociale'' con i tre anni di casa di cura e custodia come misura di sicurezza a pena espiata.
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