Tribunale di Milano condanna il Fisco per Iva non dovuta

06 marzo 2017 ore 14:20, Luca Lippi
La Prima sezione civile del Tribunale di Milano ha condannato l’agenzia delle Entrate alla restituzione di 1,1 milioni di euro (più interessi e spese legali) dopo un contenzioso emerso fra l’Agenzia e la divisione italiana di una società farmaceutica tedesca.
Oggetto del contenzioso è l’Iva percepita indebitamente da Agenzia Entrate e mai restituita nonostante ripetuti solleciti e il conforto di un parere conforme sull’indebita percezione del balzello. Ricordiamo che la vicenda fa capo a una questione nata nel 1998 e quindi lasciamo immaginare l’ammontare di interessi e more che dovranno essere liquidate al ricorrente. 

Tribunale di Milano condanna il Fisco per Iva non dovuta
 

IL CASO
Agli atti è una semplicissima questione di errore formale che ha assunto dimensioni anomale a causa della burocrazia. In sostanza è un grossolano errore di valutazione non corretto prontamente.
Il principio affermato con la sentenza (sentenza 2515/17 del 27 febbraio ) è che la leale collaborazione tra fisco e contribuente prevale anche sul diritto tributario sostanziale, in particolare su preclusioni e decadenze
La multinazionale per diversi anni aveva ceduto ad aziende ospedaliere (a titolo gratuito) apparecchiature mediche di scarso valore commerciale, e contestualmente (a febbraio e a novembre del 2000) aveva chiesto alle Entrate se tali cessioni avessero dovuto comprendere l’Iva. 
Per due volte l’amministrazione (agosto del 2000 e marzo dell’anno successivo) aveva risposto affermativamente, inducendo la società a versare per intero l’imposta. Tuttavia il contribuente aveva presentato un interpello (luglio del 2004) sottolineando nuovamente che si trattava di cessioni a titolo gratuito e, nell’ottobre successivo, l’Agenzia aveva risposto ritenendo “condivisibile la soluzione interpretativa prospettata dal contribuente, nel senso che le cessioni (in proprietà) di beni di modico valore si possono considerare estranee al campo di applicazione dell’imposta sul valore aggiunto”.

IL PARADOSSO
Nel gennaio del 2006 la società presentava la richiesta di rimborso (confortata dal parere favorevole di Agenzia Entrate). Di contro, Agenzia Entrare ha risposto ‘picche’ eccependo la “non tempestività della domanda”, in sostanza la decadenza dal diritto. 

IL BRACCIO DI FERRO
A questo punto è iniziato il contenzioso processuale, con la Ctp che riconosceva le ragioni del contribuente ma rimetteva alla Cassazione sull’effettiva esigibilità del rimborso (negata), che a sua volta restituiva gli atti alla Ctr. Il tutto si è dilatato nel tempo fino ad arrivare al 2014. In sostanza si dichiara decorso il termine per la restituzione dell’Iva non dovuta, ma ipotizza una responsabilità extracontrattuale dell’Agenzia (articolo 2043 del codice civile) su cui si dichiara ovviamente priva di giurisdizione.

LA CONCLUSIONE
Il punto a tutta la questione lo mette il Tribunale di Milano sottolineando che è ravvisabile “un comportamento omissivo che integra gli estremi della colpa da parte della Pa, perfettamente conscia di avere nella propria disponibilità somme alla stessa non dovute che tuttavia non vengono restituite in violazione del principio di leale collaborazione” previsto dallo Statuto del contribuente. Peraltro la stessa Cassazione aveva stabilito (21088/2010) che anche la Pa deve applicare i concetti civilistici generali di correttezza e buona fede come corollario del “buon andamento” costituzionale. Da qui la condanna alle restituzioni e al pagamento di oltre 21mila euro di spese processuali.
L’avvocato Francesco Luigi De Luca che ha difeso l’azienda ha dichiarato: “Si tratta di una sentenza storica: un giudice ha ritenuto l’agenzia delle Entrate responsabile dei danni extracontrattuali causati con il proprio comportamento, nella specie, per errata risposta ad un interpello, nei confronti di un'impresa”.

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