Il piano per rafforzare UniCredit: più 13 mld, cessioni, esuberi e chiusura filiali

14 dicembre 2016 ore 15:59, Luca Lippi
Enorme la Banca, enorme anche il piano di ripatrimonializzazione dell’istituto. Bene inteso, non è una ‘toppa’, ma una strategia per riposizionarsi attivamente nel nuovo panorama bancario ridisegnato dopo la lunga crisi finanziaria che ha coinvolto inevitabilmente, e globalmente, anche il settore finanziario delle banche.
Pronti all’aumento di capitale di 13 miliardi di euro senza chiedere un centesimo alla Stato, vero fiore all’occhiello dell’operazione condotta da Mustier.
Nel dettaglio
Il Ceo (amministratore delegato) Jean Pierre Mustier, dopo appena sei mesi ha già individuato le criticità e varato il piano di trasformazione di Unicredit che porterà a termine da qui al 2019. Per riuscire nel piano Unicredit affronterà costi di ristrutturazione netti per 1,7 miliardi di euro in particolare per la rivisitazione della rete, specialmente nei tre paesi chiave.
La forza lavoro sarà ridotta di ulteriori 14 mila unità a livello di gruppo (da 101 mila), di cui nuovi 3.900 in Italia che si aggiungono ai 5.700 già previsti dal vecchio piano (e in gran parte già usciti dalla banca). 
Il taglio sarà del 21% in Germania e Italia e del 19% in Austria. 
Le filiali saranno ridotte in particolare in Italia, circa 883 (dalle 3283 attuali) su 944 totali previste dal piano. La spinta sarà in particolare sulla digitalizzazione del gruppo. 
Per primo Mustier da il buon esempio, si è tagliato la parte fissa dello stipendio del 40% portandolo a 1,2 milioni di euro, e ha anche rinunciato alla buonuscita e ai bonus per l’intero piano e investirà 2 milioni di euro in azioni. 
Gli obiettivi sono “credibili”, ha spiegato il banchiere a Londra alla presentazione ad analisti, stampa e investitori internazionali, “perché si basano su previsioni conservative” in termini di crescita del pil e di tassi di interesse. 
L’utile netto al 2019 è previsto in 4,7 miliardi di euro, con un rendimento (RoTe) superiore al 9% dall’attuale 4%. Dal 2018 (sul bilancio 2017) tornerà anche il dividendo in contanti, variabile a circa il 20-50% degli utili. 
I termini della ricapitalizzazione erano già circolati nelle scorse settimane ma i dettagli del piano hanno spinto al rialzo il titolo: +7,6% attorno a metà seduta di ieri.

Il piano per rafforzare UniCredit: più 13 mld, cessioni, esuberi e chiusura filiali

La trasformazione di Unicredit
13 miliardi di euro sono una montagna di soldi, scalata e presa da Mustier per trasformare Unicredit e farla diventare una delle migliori banche globali come patrimonio e renderla contemporaneamente più semplice come modello di business trasformandola in una vera banca commerciale paneuropea, la seconda dopo Bnp Paribas, presente in Italia, Germania, Austria e Centro-Est Europa, e con il 52% dei ricavi realizzati fuori dall’Italia. 
Trasformazioni
La banca non pagherà il dividendo per l’anno in corso (e questo era ovvio), soprattutto a causa di oltre 12 miliardi di poste straordinarie tutte nel quarto trimestre di quest’anno, tra cui 8,1 miliardi di rettifiche sui crediti. 
La svalutazione è funzionale alla cessione di 17,7 miliardi di euro di sofferenze (npl) a due newco di Fortress e di Pimco nelle quali Unicredit avrà una quota di minoranza. 
A fine piano i crediti deteriorati lordi di fatto si dimezzeranno a 44,3 miliardi (5% del totale dei crediti) e quelli netti a 20,2 miliardi. Il prezzo della cessione degli Npl non è stato indicato, ma Mustier ha spiegato che si tratta di crediti in sofferenza molto vecchi, l’80% dei quali risalenti a prima del 2010 e ancora eredità di Capitalia, e che quindi il prezzo “non è significativo” rispetto al valore delle sofferenze delle banche italiane. Anzi, ha rivendicato Mustier, “la nostra vendita di 17,7 miliardi di npl in una notte è una notizia positiva per il sistema italiano: gli investitori internazionali sono interessati ad operare in Italia”.
L’aumento di capitale con diritto di opzione collegato alla ristrutturazione, sottoposto il 12 gennaio all’assemblea, partirà nel primo trimestre dell’anno e questo fa sì che sull’operazione “non avrà impatti la situazione di Mps”, ha detto Mustier. 
Ci tiene il Ceo di Unicredit a specificare che tutta l’operazione non coinvolge in nessun modo denaro pubblico: “La nostra operazione non dipende da Mps, dall’evoluzione politica in Italia o dalle regole di Basilea 4. In Italia abbiamo avuto vari governi ma il Paese è tra i più forti dell’eurozona; un conto è il governo, un altro è il business e noi siamo molto positivi sull’Italia”. 
All’operazione, oltre alla stessa Unicredit Cib, lavora un pool di banche che ha firmato un contratto di pre-garanzia: Morgan Stanley e Ubs come advisor e come joint global coordinator insieme con Bofa Merrill Lynch, Jp Morgan e Mediobanca, e con Cirigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs e Hsbc come co-global coordinator.
Le cessioni
Ai 13 miliardi vanno aggiunte le cessioni già realizzate in questi mesi, servite a contenere la richiesta di capitali fresca al mercato. Ma per Mustier rispondono anche a scelte strategiche: Pekao (ceduta per 3 miliardi alla polacca Pzu) offriva multipli interessanti e aveva limitate sinergie a causa della stringente regolamentazione nazionale; Pioneer (ceduta per circa 3,8 miliardi totali) era troppo piccola per stare tra le grandi è troppo grande per il gruppo (al quale resta comunque legata da un contatto di distribuzione). 
Il 30% di Fineco è stato ceduto perché era un buon affare ma “vogliamo mantenerne il controllo”, ha assicurato Mustier, e “non intendiamo vendere altri asset” e non sono previste operazioni di acquisizioni, se non di specifici portafogli, se capiterà l’occasione.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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