Pensioni bloccate sui 3 nodi: 67 anni, giovani ed estero

20 luglio 2017 ore 11:50, Luca Lippi
Tutta la questione della riforma delle pensioni si è arenata su tre questioni; la pensione di garanzia giovani, l’aumento dell’età pensionabile e in ultimo gli strali di Boeri ormai arenatosi sulla questione delle pensioni all’estero e delle quattrodrdicesime. Andando con ordine vediamo le tre criticità, sottolineando sin d’ora che la questione più importante è che nessuno sta più parlando di Ape volontaria e soprattutto nessuno valuta concretamente l’impatto dell’Ape sociale in relazione alle domande ricevute dall’Inps e la reale concessione limitata dal limitato stanziamento di risorse.

PENSIONE DI GARANZIA DA 650 EURO MENSILI PER I GIOVANI
Scivoli all’uscita non generalizzati e attenzione alle fasce deboli, come le donne e chi svolge lavori faticosi. Queste le linee guida che seguirà il Pd per mettere a punto una sua proposta di riforma, dando una spinta al dibattito sulla cosiddetta ‘fase due’ della riforma previdenziale.
Stefano Patriarca, consigliere economico della presidenza del Consiglio, ha illustrato l’ipotesi di una pensione contributiva minima di 650 euro mensili per chi ha 20 anni di contributi. Secondo il consigliere di Palazzo Chigi si potrebbe “introdurre anche nel sistema contributivo l’integrazione ad un minimo presidenziale come c’è attualmente nel sistema retributivo”.
Pensioni bloccate sui 3 nodi: 67 anni, giovani ed estero
Per Patriarca, la struttura “potrebbe essere pari all’attuale minimo complessivo dell’assegno sociale, pari a 650 euro mensili per 20 anni di contributi e potrebbe essere legata in modo parziale alla presenza sul mercato del lavoro. “I 650 euro mensili possono aumentare di 30 euro al mese per ogni anno di contribuzione superiore al 20esimo anno fino a un massimo di mille euro” e l’assegno potrebbe valere anche per gli anticipi.
Bisogna sostenere l’occupazione dei giovani anche attraverso un intervento che nel tempo garantisca una diversità di costo tra il lavoro stabile e quello temporaneo”, spiega il ministro del lavoro, Giuliano Poletti. “Questo è un impegno al quale dobbiamo trovare una risposta, alcune le abbiamo già date, ma su questo versante si può e si deve fare un altro passo avanti”. Ancora il ministro: “Come è accaduto con il primo accordo, dobbiamo sapere che abbiamo dei limiti, ma dentro quei limiti ci sono cose diverse che possono essere fatte, nello spirito che abbiamo utilizzato e definito”.
L’introduzione dell’integrazione a un minimo previdenziale come nel retributivo, inoltre, determinerebbe un tasso di sostituzione per una carriera piena (40 anni di contributi) pari al 65% della retribuzione media netta.

LA QUESTIONE DELL’AUMENTO ETÀ PENSIONABILE
È il punto su cui la fase 2 sta ernandosi, questo perché da una parte i sindacati sono determinati a scongiurare lo scatto automatico. Quello dell'incremento dell'età pensionabile, che verrebbe deciso da un decreto 'direttoriale' del ministero dell'Economia in caso di innalzamento delle aspettative di vita da parte dell'Istat: "Chiederemo che sia modificata la legge", spiega Ghiselli. 
In sostanza, è pronto un decreto per l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019. In realtà non è una vera e propria novità. Il prolungamento è imposto dalla crescita della cosiddetta ‘aspettativa media di vita’, che è diventata parametro fondamentale del sistema previdenziale Inps. In pratica, per garantirne la sostenibilità. Fu istituito in base ad una legge del 2010 (governo Berlusconi) ed ha cadenza triennale. Solo che dal 2019 avrà un ritmo più spedito - due anni - così come stabilito dalla riforma Fornero. Da quando è stato introdotto l'età per la pensione è salita di undici mesi. Attenzione, i mesi in più si sommano sia al minimo di età richiesto per l'assegno di vecchiaia che al minimo di anni di contributi per la pensione anticipata.
I sindacati vorrebbero che una decisione sull’adeguamento alla speranza di vita tornasse nell’alveo del confronto tra le parti, e non lasciata agli automatismi amministrativi, proposta peraltro osteggiata dall’Inps il cui presidente proprio ieri ha spiegato che togliere questo adeguamento automatico significa aumentare la spesa pensionistica e metterla sulle spalle delle generazioni future. Per i sindacati sarebbe anche ora di differenziare l’età di uscita, oggi a 66 anni e 7 mesi, magari in base alla tipologia di lavoro (più o meno gravosa). E così anche per quando riguarda quella che era l’anzianità, ovvero gli anni di lavoro richiesti prima di uscire. Dal 2019 si passerebbe a 43 anni e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne (anche in questo caso 5 mesi in più rispetto ai limiti attuali se le proiezioni Istat attese per l’autunno lo confermeranno).

PENSIONI ALL’ESTERO E QUATTORDICESIME
Nel 2017, con il provvedimento sulle quattordicesime “si è ampliata in modo molto considerevole” la platea tra i residenti all’estero, con “un’impennata del 131%” dl numero dei beneficiari. Così il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, sentito dal Comitato permanente sugli italiani nel mondo, presso la commissione Esteri alla Camera. 
Le pensioni pagate all’estero dall’Istituto di Previdenza sociale nel complesso, sono state nel 2016, su 160 Paesi, “oltre 373 mila” per un valore “poco superiore a 1 miliardo di euro”. Tuttavia “più di un terzo delle pensioni pagate a giugno del 2017, hanno periodi di contribuzione in Italia inferiori a 3 anni, il 70% è inferiore ai 6 anni e l’83% è ai 10 anni”, quindi durate contributive “molto basse” e, a fronte di queste, i beneficiari possono accedere a prestazioni assistenziali quali le integrazioni al minimo o la quattordicesima. 
Inoltre, le pensioni pagate all’estero dall’Inps nel complesso, su 160 Paesi, nel 2016 sono state oltre “373mila”, per un valore “poco superiore a 1 miliardo di euro”. Per il presidente dell’Inps, Tito Boeri si tratta, in sostanza, di una “anomalia”. Il motivo è semplice: “Le prestazioni assistenziali” pagate all’estero “vanno a ridurre gli oneri di spesa sociale di altri Paesi, è quindi come se il nostro Paese operasse un trasferimento verso altri” senza “avere un ritorno in consumi”. Le somme, infatti, sono erogate “dall’Italia invece che dal Paese in cui si risiede e si paga le tasse” e quindi “non c’è un quadro di reciprocità”.
Dati alla mano Boeri fa notare: “Più di un terzo delle pensioni pagate a giugno del 2017 hanno periodi di contribuzione in Italia inferiori a 3 anni, il 70% è inferiore ai 6 anni e l’83% è ai 10 anni. Siamo quindi di fronte a periodi contributivi molto brevi in Italia. Si tratta in tutti i casi di durate contributive molto basse e a fronte di queste i beneficiari possono accedere a prestazioni assistenziali quali le integrazioni al minimo o la quattordicesima. Quindi c’è chiaramente uno iato tra l’entità e la durata dei contributi e la possibilità ad accedere a delle prestazioni che vanno molto al di là dei contributi versati”.
Sotto alla lente dell’Inps finiscono in particolare le quattordicesime percepite all’estero. Ha spiegato Boeri: “La legge di Bilancio per il 2017 ha elevato il limite di reddito previsto per tale prestazione, incrementando la platea dei destinatari, e ne ha aumentato l’importo”. Ecco che “complessivamente, nel 2017 sono state erogate all’estero un totale di 35,6 milioni per la quattordicesima, incrementando ulteriormente di circa 20 milioni i pagamenti non contributivi erogati all’estero dall’Istituto, un aumento del 131% rispetto all’anno precedente (nel 2016 gli importi erogati sono stati pari a 15,4 milioni per circa 46.000 beneficiari)”.

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autore / Luca Lippi
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