Perché rivedere il Fiscal Compact dopo le dichiarazioni di Gutgeld

21 giugno 2017 ore 12:45, Luca Lippi
Ritorna in evidenza la questione del Fiscal Compact, che il Commissario straordinario alla spesa pubblica Gutgeld ha ripreso e rielaborato. La ricetta del commissario alla spending review, Yoram Gutgeld è quella di rivedere il fiscal compact e lasciare il deficit fermo al livello attuale senza continuare a ridurlo. E', per favorire la crescita continuando a mantenere sotto controllo i conti pubblici. Spiega Gutgeld: "L'obiettivo del pareggio è iscritto nel Fiscal compact europeo ma trovo che su di esso occorra una riflessione. Quell'accordo fu pensato in un momento di grande emergenza, nel 2011-2012, e non si è rivelato un successo". Gutgeld prosegue: "Un Paese non è un'azienda. Non può essere gestito come se lo fosse: lo Stato non deve generare 'profitti' per remunerare il capitale. Dunque non c'è nulla di magico in un pareggio o in un surplus di bilancio pubblico". Gutgeld avverte quindi che, sul versante della spesa, "non c'è più molto da aggredire, non possiamo trovare altri trenta miliardi da tagliare ma possiamo limitare la dinamica della spesa pubblica contenendo l'aumento dei costi" e qui c'è il vero nodo! Secondo il Fiscal Compact l'Italia come qualunque altro Paese dell'Unione in difficoltà di bilancio, dovrebbe recuperare 40/50mld ogni anno per raggiungere il pareggio di bilancio. Al netto della spesa corrente che sommata ai bonus che infestano inutilmente l'economia del Paese, nessuno è disposto ad andare a elezioni con la spda di Damocle del pareggio di bilancio.
Gutgeld punta decisamente la strada di fermare la discesa del deficit ai livelli attuali in rapporto al pil. Quindi non serve una nuova stretta nella prossima legge di bilancio. Il Fiscal compact guarda solo al deficit e invece bisognerebbe guardare a "deficit, crescita e inflazione. Con la regola del due. Con un 2% di aumento del pil in termini reali, di deficit pubblico e di aumento dei prezzi al consumo, metteremmo il debito su una traiettoria rapidamente discendente".
Perché rivedere il Fiscal Compact dopo le dichiarazioni di Gutgeld
Il Fiscal compact - Formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo di austerità. Il Fiscal Compact è inutile, redatto in fretta ed esaminato prima dell’approvazione senza perizia. Aderire al Fiscal Compact è stato uno sbaglio, tutti lo hanno votato salvo poi lanciarsi in considerazioni assolutamente negative, la cosa ha fatto emergere il sospetto che si fosse trattata di una materia affrontata con troppa leggerezza. È utile ricordare che i mesi precedenti alla firma del trattato erano stati tra i più complicati nella storia dell’euro e dell’Unione Europea: le economie di molti paesi, soprattutto quelli mediterranei, erano in grande difficoltà per la crisi. Costretti a indebitarsi per fare fronte alle loro spese nonostante le ridotte entrate fiscali, questi paesi non potevano fare altro che offrire interessi sempre più alti agli investitori per ottenere denaro in prestito. 
La crescita verticale degli interessi unita alla crisi di produttività e ricchezza aveva portato esperti e analisti persino a dubitare, in alcuni casi, che quei debiti potessero essere mai ripagati. 
Una delle iniziative prese dai paesi dell’Unione Europea in quel periodo, non l’unica, ma certamente la più controversa, è stato il Fiscal Compact, un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, questo strumento ha comportato la cessione di una fetta della sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non è stato una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro, fra cui un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3% e un rapporto fra debito complessivo e Pil non superiore al 60%. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993.
Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona (dall’1 gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già firmato), che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente, cioè Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. È stato anche firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono:
– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al Pil;
– l’obbligo di mantenere al massimo al 3% il rapporto tra deficit e Pil, già previsto da Maastricht;
– per i paesi con un rapporto tra debito e Pil superiore al 60% previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60%. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134% del Pil. 
Perché rivedere il Fiscal Compact dopo le dichiarazioni di Gutgeld
Perché rivederlo - il vincolo del 3% è la restrizione più penalizzante, ritenuto da alcuni troppo basso per permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Ridiscutere il vincolo è il minimo che si possa fare. 

La partita in gioco - la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e Pil di 1/20esimo all’anno. Costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e Pil di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta, volontà innegabilmente da rifuggire onde evitare di dover passare i prossimi 20 anni con governi tecnici perché nessun politico si prenderebbe la responsanbilità di gestire una simile situazione. 

In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi l’anno. 
Per prima cosa, quello che le regole del fiscal compact ci impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il Pil. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore, cioè aumentare il Pil.
Nel conto del rapporto fra debito e Pil, inoltre, il riferimento non è il Pil reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il Pil reale più l’inflazione. 
Il problema, purtroppo è che l’inflazione va piuttosto a rilento, l’Italia viaggia pericolosamente sul filo della deflazione nonostante l’impegno profuso dalla Bce. Le previsioni sono regolarmente smentite e i richiami della Ue a rispettare (suggerimenti, avvertimenti…chiamiamoli come vogliano) sono all’ordine del giorno, di fatto sono sollecitazioni a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact.

L’illegittimità del Fiscal compact - il Fiscal Compact rappresenta un corposo irrigidimento, con effetti altamente perversi, del modello economico adottato dalla governance europea a supporto della sopravvivenza dell’euro.
Detto questo, il Fiscal Compact rappresenta una fondamentale evoluzione di quei parametri macroeconomici previsti già dai tempi di Maastricht nel tentativo di assicurare maggiore sostenibilità ai criteri di convergenza dell’aggregazione monetaria. Nella pratica però si è introdotta una normativa che applicata, paradossalmente, accelera ancora di più lo stato di recessione in cui è già precipitato quasi tutto il Continente europeo a causa delle politiche deflazionistiche (oltre che illegitima).
Allo stato attuale nessuno è in grado di rispettarlo se non a costo di sanguinosi sacrifici, tuttavia è pur sempre uno strumento coercitivo da usare in caso di indisciplina da parte dei Paesi membri meno virtuosi. In buona sostanza è una bomba a orologeria che sarebbe opportuno disinnescare con sollecitudine.
Per quanto riguarda la sua “validità” giuridica, vi sono più che fondati dubbi e perplessità, come quelli che provengono proprio da uno dei più autorevoli giuristi italiani di tutti i tempi, il professor Giuseppe Guarino, il quale ha prontamente individuato gli aspetti della sua insostenibilità confermando come la Commissione europea non abbia strumenti a supporto per perseguire proficuamente il suo modello economico di riferimento.
Riprendendo fedelmente le tesi da lui stesso enunciate in un articolo pubblicato da “Il Foglio” del 19.12.2012, possiamo constatare che l’art.2 del Trattato sulla Stabilità dispone testualmente: “Le parti contraenti applicano e interpretano il presente Trattato conformemente ai trattati su cui si fonda l’Unione europea”, il cui concetto è ribadito nel comma successivo: “Il presente Trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i trattati su cui si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea”.
Guarino puntualizzava che pertantole espressioni adoperate sono così precise che le possibilità di errore nella interpretazione possono considerarsi più che minime, inesistenti”. Inoltre lo stesso Fiscal Compact stabilisce all’art.3, n.1, lett.a), che “la posizione di bilancio della Pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo”. Anche qui il grande giurista italiano non manca di precisare che il comma 1 ribadisce ancora la prescrizione, in precedenza riprodotta dall’art. 2, precisando che il vincolo della lett. a) vige “fatti salvi (gli) obblighi ai sensi del diritto dell’Unione”.
Si ricorda che per “bilancio in pareggio” s’intende che l’indebitamento annuale della Pubblica amministrazione debba essere pari allo 0%, mentre il Trattato dell’Unione Europea firmato a Maastricht, art. 104 c) prot. n. 5 e inoltre dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea di Lisbona nell’art. 126 (ex.104), fissano invece al 3% il limite dell’indebitamento annuale.
Pertanto quanto disposto dal Trattato di Stabilità riguardo al pareggio di bilancio, non è conforme ai trattati su cui è fondata l’UE, e questo è già sufficiente a negargli legittimità.
Sulla base di queste considerazioni Guarino argomentava allora e argomenta oggi, in modo inequivocabile, che imporre la parità del bilancio in virtù di quanto disposto negli articoli applicativi del Fiscal Compact, significa violare il Trattato istitutivo della UE e insieme l’art. 126 del Trattato di Lisbona, in quanto non è mai stato modificato nella forma prescritta invece dal Trattato di Stabilità. Se ci si limita ai profili esaminati, la illegittimità non risiede pertanto nel Fiscal Compact, ma nel volerlo applicare nonostante risulti “non conforme” e “non compatibile” con i precedenti Trattati.
Il professor infine ha mosso forti critiche, assolutamente condivisibili, nei confronti di “alcuni Commissari europei presenti e attivi nelle Istituzioni comunitarie che avrebbero dovuto sentire il dovere di spiegare su quali basi giuridiche si sono assunti la responsabilità di imporre una disciplina in stridente contraddizione con il Trattato di Maastricht (0% in luogo del 3% per l’indebitamento annuo, uno dei due famosi parametri del Trattato posto a fondamento della convergenza monetaria). E come e perché, nonostante l’accelerazione e la generalizzazione del fenomeno depressivo che ha caratterizzato l’economia degli Stati, non abbiano avvertito il dovere di rendere conto dell’errore commesso e di porvi riparo.”

In conclusione – andando oltre ogni valutazione di merito, e soprattutto oltre la pratica perpetrata dalla politica di volersi nascondere dietro il dito, Perché in Italia nessuno ha fortemente portato avanti questa corretta interpretazione di illegittimità del Fiscal Compact sostenuta dal professor Guarino che potrebbe rilevarsi l’unica arma a disposizione per potercene liberare definitivamente?

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autore / Luca Lippi
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